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TERRORE AD AMITYVILLE PARK
(ALIEN PREY - PREY)
di Norman J. Warren

Probabilmente ci troviamo dinanzi al film horror minore del britannico Warren, realizzato nel 1978, con un budget veramente esiguo ma che si contraddistingue per un plot molto strampalato ed inusuale. Un alieno, in missione segreta sulla terra, atterra nella campagna inglese, nei pressi di un villa abitata da due lesbiche. L'extraterrestre uccide una coppietta, che stava amoreggiando, e prende le sembianze dell'uomo. Cosi' camuffato, riuscirà ad introdursi nella vita delle due lesbiche, generando gelosie, sospetti, liti ed altre situazioni scomode. Ma cosa ancor più grave è che l'alieno ha un appetito per il sangue e la carne, che sembra aumentare di giorno in giorno… La sceneggiatura del film era appena abbozzata, prima che le riprese iniziassero, ed è stata terminata man mano che il film andava avanti. Ciò si nota palesemente, visto l'intreccio risibile della vicenda e l'insensatezza di numerose situazioni, usate come semplice pretesto per mostrarci scene di sesso e qualche goccia di sangue. Warren, che come regista ha sempre ovviato a budget risibili con un tocco personale ed alcune idee interessanti, qui annaspa nel tentativo di mantenere a galla la vicenda. L'alieno-uomo è un simbolo, che viene introdotto in un universo sconosciuto come quello dell'omosessualità femminile, e che può solo limitarsi ad osservare, senza riuscire a capire realmente, e che col suo intervento spezza equilibri. Ma è anche il “voyeur” per eccellenza (e questo probabilmente era nelle mire degli sceneggiatori) posto in una situazione pruriginosa, che mostra al pubblico in sala gli aspetti intimi di un ambiente sessuale da sempre presente nelle fantasie personali (specialmente maschili). Aldilà di queste simbologie, più o meno volute, restano impresse numerose situazioni “weird” nel film, come ad esempio l'assurda scena del salvataggio nel fiume,il party dedicato alla caccia alla volpe o le trasformazioni dell'alieno (che quando si mostra nel suo reale aspetto, sciorina una paio di orecchie a punta, due lenti a contatto, una dentiera di zanne e, soprattutto, un naso posticcio simil-cane! ). Il titolo italiano è una mossa commerciale che vorrebbe associare la pellicola in questione alla più nota saga di “Amityville”.

E' ormai noto quanto frequentemente i distributori cinematografici italiani abbiano saputo rivelarsi pasticcioni con pochi eguali, ma il trattamento subito da “Alien prey” rappresenta un caso talmente bizzarro da suscitare in merito una curiosità particolare. Questa ed un' altra pellicola (“Terror”, sorta di horror “neo-gotico” memore della lezione di “Suspiria”) furono dirette nel 1978 dal britannico Norman J. Warren, piuttosto famoso in patria grazie a “Satan's slave” (1976) ma completamente sconosciuto in Italia, dove il suo debutto nel genere è rimasto a tutt' oggi inedito; la scarsa notorietà del regista influì sicuramente in maniera determinante, come quasi sempre accade, sulle traversie distributive patite nel nostro paese dai suoi due successivi lavori, che furono dimenticati fino al 1984. Soltanto in quell' anno, infatti, piccole compagnie regionali li sottrassero momentaneamente all' oblio nel solo intento di spacciarli per filiatici di un sottogenere ai tempi molto in voga: considerati il consenso di pubblico riscosso da “La casa di Mary”, e soprattutto l' exploit al botteghino di “La casa”, “Terror” fu quindi rititolato “Delirium house-La casa del delirio” (e presentato nelle sale con l' accompagnamento di una locandina molto simile a quella del film di Sam Raimi), mentre per “Alien prey” fu scelto “Terrore ad Amityville Park” onde suggerire un nesso con la celebre saga inaugurata da “Amityville horror”, e all' epoca arricchitasi da poco di un terzo episodio. Nel secondo caso, però, la manipolazione a fini commerciali non si limitò semplicemente all' attribuzione di un titolo truffaldino, e si spinse ben oltre. Le singolari caratteristiche del prodotto (un fantahorror vagamente truculento, con venature erotiche assai marcate) indussero probabilmente i distributori a ritenere di doverlo adattare al gusto di un ipotetico spettatore “medio”, e quindi ad intervenire su di esso per mezzo di modifiche opinabili e maldestre. In primo luogo, quasi non fossero stati sufficienti i tagli originariamente operati dalla censura inglese ai danni della sequenza gore più famosa di tutto il film (e, sembra, mai completamente reintegrati), la versione italiana presenta ulteriori sforbiciate, mirate in questo caso a limitare la componente saffica, che interessano specialmente un prolungato rapporto sessuale tra le due protagoniste: secondo il volume “Storia del cinema dell' orrore 3” (scritto da Domenico Cammarota ed edito da Fanucci), talvolta dispensatore di autentiche chicche per cinefili nonostante lo stile indigeribile e gli errori grossolani di cui è disseminato, la quantità di pellicola eliminata in corrispondenza di tale sequenza ammonterebbe nel complesso a circa centoventi metri. Il lato orrifico, al contrario, è stato amplificato mediante un doppiaggio che stravolge in alcuni punti i dialoghi originali, allo scopo di far coincidere la figura dell' alieno con quella della reincarnazione di un malvagio sacerdote egizio, e di attribuire quindi al protagonista maschile una improbabile duplice valenza; operazione, quest' ultima, assai stonata all' interno di un prodotto dalla trama di per sè già parecchio stravagante, ma tuttavia non senza precedenti: basti pensare, per citare soltanto uno dei casi più illustri, a “Martin” di George Romero, la cui edizione italiana (“Wampyr”) è in realtà una versione rimontata che introduce profondi cambiamenti in seno alla sceneggiatura, e che dell' originale non conserva nemmeno la colonna sonora. E' invece decisamente insolito, nel caso di “Alien prey”, l' estremo sforzo di donare una maggiore credibilità al plot alternativo facendo ricorso ad un limitato numero di nuove sequenze relative ad una mummia egizia, realizzate con molta approssimazione da Ferruccio Casacci (regista torinese solitamente attivo in teatro ed in televisione) sotto la direttiva degli stessi distributori, e da questi ultimi arbitrariamente integrate nel nuovo montaggio; addirittura ribadito nella locandina italiana da un delirante sottotitolo (“Il mistero della sfinge”), questo gratuito slancio d' inventiva ha avuto all' estero conseguenze impensabili e paradossali: in alcuni paesi anglofoni e francofoni, infatti, la versione rielaborata per il nostro mercato è stata doppiata al posto di quella originale e ha circolato, rispettivamente, coi titoli “A Pharaoh's revenge” e “Terreur à Amityville Parc”.

(Integrazione di Flavio Giolitti
27-01-2006
)

VOTO ESTETICO: 5 VOTO TRASH: 7,5