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WOLF CREEK
di Greg McLean

I dati elencati durante i primi secondi sono eloquenti: diverse decine di migliaia di persone risultano disperse ogni anno in Australia, e quasi tutte vengono rintracciate entro il primo mese; di qualcuno, però, non si saprà mai più nulla. Considerata anche una seconda (e molto familiare) didascalia in base a cui gli eventi narrati nel film sarebbero ispirati a fatti reali, risulta quasi impossibile non aspettarsi il solito svolgimento di routine vedendo un ragazzo, in compagnia della fidanzata e di un amica di quest' ultima, avventurarsi nel desertico entroterra australiano a bordo del proprio trabiccolo. Ma se i primi quaranta minuti in classico stile teen-horror-comedy sembrano dare ragione ai più pessimisti, occorre attendere la seconda parte per assistere a qualcosa di veramente diverso dal solito clone dei vari “Non aprite quella porta”, o da uno dei tanti pseudo-remake di “Le colline hanno gli occhi” che si sono succeduti nelle sale con largo anticipo rispetto all' uscita di quello ufficiale. A differenziare questo sorprendente “Wolf Creek” da un “Wrong turn” qualunque, o dai pur pregevoli exploit di Rob Zombie, è essenzialmente la sceneggiatura scritta dal regista (e produttore) Greg Mc Lean, che rivitalizza clichè ormai logori grazie a meccanismi narrativi finalmente inediti: il fatto che una nazione nota per essere tra le più tranquille ed ospitali al mondo rappresenti lo scenario della terribile storia, il modo brusco ed inaspettato con cui una quotidianità allegra e spensierata lascia il posto al peggiore degli incubi ad occhi aperti, e l'attribuzione di sanguinosi misfatti ad un uomo apparentemente mite e gioviale, anzichè alla solita cricca di esseri lunatici o deformi (la cui psiche distorta risulta sempre in qualche modo accettabile, proprio in virtù della loro infelice condizione), sono tutti fattori che concorrono a rendere la pellicola spiazzante, e genuinamente disturbante. Nulla a che vedere coi grossolani (e fallimentari) tentativi di sconvolgere recentemente operati dai realizzatori di filmati quali “August Underground” ed “August Underground's Mordum”, caserecce brutture nelle quali il concetto di sporcizia pervade quasi esclusivamente una tecnica che si basa su inquadrature traballanti ed immagini sgranate; qui, al contrario, atmosfere genuinamente malate sono ricreate grazie ad uno stile esemplare, che ha nella fotografia il proprio fiore all'occhiello: gli inquietanti spazi desertici, lungo i quali il killer bracca inesorabilmente le proprie vittime, esprimono tutta la loro ampiezza e maestosità sotto l'accecante bagliore del sole, mentre un uso della luce quasi sempre perfetto dona un'invidiabile definizione alle claustrofobiche riprese notturne. E nulla a che vedere nemmeno col confusionario “Hostel”, di poco successivo e assai più noto, col quale Eli Roth ha dimostrato di non aver appreso i fondamenti della formula di Mc Lean nonostante l'evidente tentativo di riciclarla, e ha raggiunto un livello espressivo di gran lunga inferiore a dispetto della più insistita esposizione di frattaglie. Anche in “Wolf Creek”, comunque, le violenze subite dalle vittime raggiungono picchi di crudeltà notevoli, sia sul piano fisico che su quello psicologico, facendo pensare con una certa apprensione a cosa mai potranno contenere quei circa cinque minuti in più che la versione per il mercato dvd possiederebbe rispetto al theatrical cut : potrebbe trattarsi della solita bufala come già nel caso dell' edizione unrated di “Land of the dead”, che ben poco aggiungeva all' originale in tal senso? Una volta tanto, non guasterebbe neppure...

VOTO: 8

RECENSIONE DI

FLAVIO GIOLITTI

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