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L'UCCELLO DALLE
PIUME DI CRISTALLO
di Dario
Argento
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Lasciati alle
spalle gli splendidi (cinematograficamente parlando)
anni '60 in cui la cinematografia italiana continuava
a dettare legge nel mondo, anche dopo l'esaurimento
della vena neorealista, grazie all'affermarsi della
cosiddetta "commedia all'italiana" (da non confondersi
con le schifezze odierne paratelevisive) e con registi
scoperti dal grande pubblico con opere innovative e
coraggiose (Leone e Bava su tutti), nel 1970 il mondo
del cinema vide affacciarsi all'orizzonte un regista
(Dario Argento) che proprio dai precedentemente citati
Maestri ebbe l'input realizzativo, anche se in modi
differenti: con Leone poichè prese parte alla realizzazione,
assieme a Bernardo Bertolucci, del soggetto di "C'era
una volta il West" (1968) da molti considerato il capolavoro
del Maestro; riguardo a Bava, nonostante non collaborarono
mai, in ogni suo film, sia thriller che horror, aleggia
l'ombra del Buon Mario, anche se bisogna dire che già
dal suo primo lavoro "L'uccello dalle piume di cristallo"
(1970), Argento improntò la sua opera con uno stile
sia narrativo che figurativo talmente personale e geniale
che non tardarono ad arrivare i cloni. L'estetica della
violenza che già con Leone e Bava era un fattore importantissimo,
con Argento viene accentuata fino ad elevarla ad opera
d'arte, la stessa con cui il protagonista del film (un
grande Tony Musante) inizia la sua indagine-incubo,
poichè è testimone involontario di un'aggressione alla
moglie di un proprietario di una galleria d'arte, teatro
della violenza. E' con questo film che iniziano le tematiche
care al regista, le quali si ripercuotono sempre in
ogni sua opera: il protagonista -testimone chiave dell'accaduto
che diventa eroe suo malgrado o, come accade in "Tenebre"
(1982), addirittura omicida efferato lui stesso; il
particolare rivelatore sotto gli occhi di tutti (gli
spettatori) che all'inizio non assumerà nessuna importanza
ma che si rivelerà determinante per lo svolgimento dell'enigma.
C'è quindi uno stravolgimento visivo-uditivo che mai
fino ad allora era stato utilizzato e che tornerà spesso
nei suoi lavori: l'ultima immagine impressa nella retina
della vittima in "Quattro mosche di velluto grigio"
(1973); il volto dell'assassina riflesso nello specchio
in "Profondo
rosso" (1975); le parole
incomprensibili gridate dalla prima vittima sotto un
tremendo acquazzone in "Suspiria"
(1977); il verso registrato di uno strano uccello ne
"L'uccello dalle piume di cristallo" (1970); i rumori
fuori sincrono nella tremenda apnea in "Inferno"
(1980). La figura dell'assassino come entità astratta
e del male ma che si rivela (dopo molte peripezie) correlato
ai "buoni" più di quel che sembri (tranne in un paio
di casi, ma siamo lì già dalle parti del soprannaturale)
è raffigurata vestita completamente di nero, con cappellaccio,
mantello e guanti, cose che già aveva fatto prima di
lui Mario Bava nel "Sei
donne per l'assassino"
(1964) e dove ogni arma impropria può costituire micidiale
macchina di morte, anche se inusuale (un ferro arroventato
per Bava, degli spigoli per Argento). Torna quindi ciò
che è stato accennato prima: l'estetica della violenza,
in cui ogni omicidio, anche se ben amalgamato con lo
svolgersi della trama, diventa un caso a sè stante,
un quadro dentro un'ottima cornice. Quadro che ne "L'uccello
dalle piume di cristallo" scatena la follia omicida
dell'assassino , ricordandogli un passato di violenza
carnale e superficialmente nascosto (e mai dimenticato)
nei meandri della sua mente turbata. L'immagine della
donna, altro elemento importante nello stile del regista
romano, posta come vittima sacrificale in ogni thriller
o giallo che si rispetti, diventa feroce assassina in
molte opere di Argento, rendendo tutto ancora più agghiacciante
o. come in questo caso, la ragazza di Tony Musante assediata
nel suo appartamento diventa potenziale assassina, scagliandosi
con il coltello verso il foro nella porta provocato
dal suo assalitore. La riuscita del film sta poi, oltre
che nel perfetto montaggio, nelle musiche di Ennio Morricone
il cui sodalizio durerà per i successivi due film "Il
gatto a nove code" e "Quattro mosche di velluto grigio"
fino ad interrompersi per poi sublimare quello ancora
più vincente con i Goblin. D' ora in avanti assisteremo
a rapporti pseudo-feticisti con gli strumenti di morte:
i coltelli dell'assassino luccicanti di una lugubre
luce ed avvolti in un panno (sequenza che oltre che
ne "L'uccello..." troveremo citata in "Non
ho sonno") ed usati
nei modi più bizzarri; dettagli macroscopici di oggetti
insignificanti i quali visti sotto la sua ottica dotati
di tremenda inquietudine (le bamboline e gli occhi pesantemente
truccati in "Profondo rosso"). Tutti questi elementi,
ma non sono i soli, porteranno alla nascita del cinema
Argentiano che si evolverà fino alla metà degli anni
'80, dove da qui in avanti subirà una tremenda ma inevitabile
involuzione. Comunque, a parte questo, grazie Dario.
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VOTO: 9
RECENSIONE DI
LUCA MARGARITELLI
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