...torna all'indice


SLUMBER PARTY MASSACRE
di Amy Jones

“Slumber Party Massacre” è importante per due motivi. Il primo è che giunge nel 1982 ovvero nelle ultime fasi dello slasher cinematografico americano, prima che il genere optasse per la via dell'home video (straight-to-video) ed ebbe un esito non disprezzabile al botteghino, quando uscì nelle sale. Il secondo motivo è che “Slumber Party Massacre” è l'esatto esempio di cosa è la base dello slasher all'americana. Proprio la base. Si perché non ha elementi aggiuntivi, il suo scheletro strutturale è talmente semplice e semplicistico da essere, per assurdo, quasi perfetto. La storia vede una giovane, rimasta a casa da sola dopo che i genitori sono partiti per una vacanza, che decide di organizzare un pigiama party con le sue compagne di college. Un maniaco, amante del trapano elettrico, è appena fuggito da un manicomio criminale. Arriva nella casa dove le giovani gozzovigliano ed inizia il massacro. Stop. Tutto qua. Un plot elementare condito da abbondanti nudi e un po' di gore finale, che si muove su un unico binario narrativo, esattamente come lo spettatore più affamato, di slasher anni '80, voleva: tette,sangue,culi,sangue. E ha dalla sua anche una certa schiera di fans tanto che ha generato altri due sequel ed un quarto capitolo, apocrifo. Incredibilmente “The slumber Party Massacre” si pubblicizzò come il “primo slasher femminista della storia” perché alla regia c'era una donna e perché soggetto e sceneggiatura (!!??) sono stati concepiti da Rita Mae Brown, scrittrice ed attivista per i diritti delle donne. Ma il contributo delle due si ferma alla simbologia fallica del trapano usato dal killer per uccidere le giovincelle e anzi, spesso e volentieri, la Jones indugia sugli appetitosi corpi femminili non per decantarne la leggiadra eleganza, quanto per arrapare facilmente i maschietti in platea. Furbacchiona.

VOTO: 4

...indietro