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Dimostrazione,
ennesima se mai ce ne fosse bisogno, di come si può
girare un film in maniera intelligente, visivamente
inquietante e oscuro senza pretendere Chissà quali budget,
cast e altri tipici luoghi comuni che vedono un film
incensato o bistrattato in partenza in base a fattori
in fondo irrilevanti come questi. Irrilevanti se l'idea
alla base è di valore e viene fatta fruttare con un
serie di accorgimenti che trasformano un normale film
horror in qualcosa sopra la media. E allora nasce Session
9, girato in digitale, in cui il numero delle locazioni
e degli attori/comparse è esiguo, ridotto allo stretto
necessario eppure da questa "povertà" nasce un film
veramente superlativo, perchè esalta i concetti più
puri dell'horror: suspence, ambientazioni morbose, intreccio
elaborato, insomma quel senso di mistero e terrore che
oggi latita in molte pellicole dove tutto è forzatamente
mostrato per creare uno shock in realtà fasullo ed indolore
perchè perfettamente prevedibile dallo spettatore. Ritorniamo
in fondo, dopo anni ed anni di cinema al solito gioco
del mostrare o non mostrare le cose, lasciarle immaginare,
sospettare fino all'ultimo quando finalmente uno dopo
l'altro i colpi di scena si susseguono e danno il tocco
finale alla pellicola. Nella sua relativa semplicità
è questo il "gioco" di Session 9, forse facile a dirsi
ma di difficile realizzazione. Fortunatamente possiamo
dire che qui è quasi tutto al posto esatto. Gordon è
il titolare di una società di bonifica vicina al tracollo
finanziario. L'ultima risorsa economica è aggiudicarsi
l'appalto per la ristrutturazione di un manicomio abbandonato,
in decadimento, ricco di residui di amianto. Una settimana
da lavoro, cinque operai per finire l'opera tra le mura
in sfacelo e i sinistri ed interminabili corridoi, celle
per pazienti più simili a camere di tortura, scantinati
avvolti nel buio. Il luogo isolato, malsano non fa che
acuire paranoie, timori e screzi tra i protagonisti
che lentamente cominciano a sentire strane cose all'interno
dell'ospedale (struttura realmente esistente dalla forma
di pipistrello, già inquietante nell'aspetto). L'intera
pellicola gioca su un probabile follia indotta dal luogo
ed una vera follia latente, esaminata metaforicamente
attraverso le 9 registrazioni di un colloquio tra una
ragazzina che soffre di sdoppiamento di personalità
e il suo psichiatra. Costruito su questo dualismo tra
le registrazioni audio delle sedute e il lento degenerare
della situazione, temporalmente scandito dai giorni
della settimana che volta per volta appaiono chiudendo
un capitolo e aprendone un altro, il film trova la sua
forza nell'ambiente realmente disturbante e nei giochi
di inquadrature. La relativa lentezza con cui il film
procede (per la verità non si percepisce molto perché
lo stato di angoscia distrae da questo particolare)
è dovuta all'analisi psicologica che il regista propone
di ogni personaggio, senza addentrarsi troppo per non
svelare troppe cose e magari filtrandola attraverso
le parole di uno dei protagonisti. Abilmente vengono
lasciati indizi che potrebbero ricondurre al finale
ma più volte siamo depistati da eventi apparentemente
inspiegabili. Nel finale, quando il ritmo cresce, la
soggettiva dei protagonisti continua a tradirci finché
non è lo stesso ospedale psichiatrico, anch'esso protagonista
più di quanto possa sembrare, a svelarci cosa c'è dietro
agli eventi. Visione più che consigliata.
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