“La Morte dietro la porta” , ovvero cronaca di un disfacimento familiare. E' il 1975, la ferita aperta dal Vietnam sanguina ancora a fiotti e con questo film Bob Clark pone una pietra miliare all'interno del genere. La storia del soldato Andy che torna a casa in veste di zombi è deflagrante non tanto per il cotè horror, quanto invece per l'impianto sociologico rivoluzionario che porta con sé: il film di Clark è un dramma racchiuso tra quattro mura, la rappresentazione secca e senza fronzoli dell'orrore che ritorna. Orrore voluto dai Padri, che ora si ritrovano a pagarne le conseguenze a costo di un prezzo salato per tutti, soprattutto per gli innocenti. Oggigiorno un film così suonerebbe banale e risaputo, ma ai tempi era una bomba ad orologeria piazzata sotto le poltrone dei salotti borghesi, la manifestazione in piazza contro l'ipocrisia di chi le guerre (tutte le guerre) le decide e le comanda, ma che poi fa scendere in campo chi di scelta non ne ha. Il ritmo è lento e sommesso (da dramma da camera, appunto), la quantità di sangue insufficiente per chi ha pretese di gore, ma la forza del film è innegabile: la scena finale, in cui la madre aiuta il proprio figlio a seppellirsi, è una delle più belle e strazianti degli anni Settanta, la sintesi perfetta degli ottanta minuti che la precedono. Da sola vale più di dieci, cento stolti film di guerra messi insieme.