La storia della famiglia Solomon, del suo lasciare Chicago per la tranquillità di una
abitazione in aperta campagna.
La storia della sedicenne Jess e del suo fratellino di tre anni, unici testimoni delle
orribili presenze che infestano la nuova dimora. La solita storia, insomma.
L'horror cinematografico (e non solo cinematografico) ha da sempre una ammirevole qualità: quella di saper trasferire le ansie più atroci dell'universo sociale all'interno di fantasiose narrazioni da spavento, cambiandone opportunamente le forme. L'horror è al passo coi tempi, pone attenzione agli allarmismi più in voga nel momento
storico che lo riguarda e si affretta a riproporli su schermo.
E allora pare piuttosto evidente che dietro alle pellicole degli ultimi anni, dietro al racconto di indifesi ragazzini costretti ad assistere ad agghiaccianti apparizioni fantasmatiche, ci sia l'acume di addetti ai lavori che hanno saputo tradurre, usando gli strumenti propri della tradizione dell'horror più classico, il dramma della realtà pedofila. I bambini vedono mostri. Gli adulti, il più delle volte, sembrano dimenticarsene. Ma il plot comincia a venire a noia. Il nuovo film dei fratelli Pang, oltre a dirci ciò che altri ci hanno già detto (e meglio), si snoda attraverso una lunga sequela di banalità cinematografiche che lasciano di stucco: la casa abbandonata in cui si è consumato un terribile crimine, la cantina come epicentro del male, la famigliola di quattro elementi con l'adolescente che non comunica abbastanza con mamma e papà. Kristen Stewart è lo strabusato personaggio conflittuale in preda a turbe da teen. Lei veste come Avril Lavigne (e le somiglia pure). Lei vuole tornare in città, a divertirsi coi suoi amici. Lei odia la maledetta campagna, e se fa un giro incontra il bello del paese a cui chiedere come-ci-si-diverte-qui.
Lei non riceve aiuto dai genitori quando confida loro dei pericoli in agguato.
E soprattutto lei ha avuto qualche problemino in passato, problemini con la legge, e se suo fratello non parla più è a causa sua. Sì, c'è pure il bimbo affetto da mutismo post-traumatico.
Tuttavia l'aspetto peggiore del film è un altro: il ricorso continuo ai picchi sonori, ai "boom" tanti cari all'horror di scarsa immaginazione che dovrebbero farti comunemente saltare sulla sedia. A contarli, i momenti in cui arriva la mazzata improvvisa (una mano che esce dal buio, un corvo che passa nell'inquadratura, una porta che si chiude...) si sfiorerebbero numeri a tre cifre. Insopportabile, l'idea di essere al cinema per sostenere un test attitudinale. Già, perché sembra che l'interesse di chi il film l'ha fatto sia quello di verificare il tuo limite di resistenza allo stress. Non c'è voglia di spaventare veramente attraverso il lento crescendo dell'angoscia, no, qui si tirano bordate.
E' l'horror di chi ha perso la capacità di metter su un clima di terrore, e prova allora a darti qualche scarica sperando di vendertela come paura. Noioso, banale. Un paio di buoni momenti, una confezione tecnica impeccabile.
Hollywood rende belli senz'anima.