 |
Nel 1968 il buon
George Andrew Romero portava l'orrore nella vita quotidiana,
con il suo splendido film in bianco e nero di cui non
è neanche il caso di citare il titolo. Dieci anni e
due film dopo usciva Wampyr, nel quale il regista affronta
alla sua maniera la figura del vampiro. Un giovane ragazzo,
Martin, uccide e beve il sangue delle sue vittime. Cuda,
il suo anziano cugino, è convinto che si tratti di vampirismo,
mentre il ragazzo sostiene che si tratti di una malattia.
Cuda ospita Martin a casa sua a patto che non osi toccare
la gente della sua città. Nel triste finale Martin verrà
accusato dal cugino di aver ucciso una donna con cui
aveva una relazione e che in realtà si è suicidata tagliandosi
le vene, e, in quanto ritenuto vampiro, verrà trafitto
da un paletto. In questo film Romero, operando in maniera
simile a quanto aveva fatto con i suoi morti viventi,
prende la figura del vampiro e la inserisce in un contesto
per lui inusuale: la vita "normale". Non ci sono agenti
immobiliari che fanno migliaia di chilometri e arrivano
in un paese in cui nessuno è mai stato dove trovano
questo benedetto vampiro, è il vampiro stesso che viene
traslato nella nostra dimensione di vita. Martin rappresenta
il riversamento dell'orrore da cui l'uomo cerca di prendere
le distanze, nonostante questo sia parte integrante
del suo essere; è uno specchio dei suoi simili e Cuda,
nel suo fervore cristiano, si dimostrerà quasi sanguinario
quanto lui, e ben più freddo. Un film intelligente,
triste, cupo (molto suggestivi e inquietanti i flashback
in bianco e nero risalenti a un imprecisato passato)
che non ha bisogno di croci rovesciate, pentacoli o
bare per essere tale. Una prova più che buona di un
grande regista..
|