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STRADE PERDUTE
(LOST HIGHWAYS)
di David Lynch

.Io adoro questo regista! Secondo me insieme a Cronemberg è colui che riesce a mettere e trasmettere più terrore, suspence e incubo in un film senza usare quelle noiose architetture cinematografiche che omologano i film, relegandoli ad una sterile variazione degli stereotipi classici. Comodo inserire i soliti cliches dell'horror per rientrare nella categoria, invece Lynch (come Cronemberg) si prende la briga di portaci un orrore più vero, più concreto, frutto della normalità e dell'ambiguità; più dei labirinti della mente che di ridicoli mostriciattoli. Lynch ha sempre avuto il coraggio di mostrare un cinema fortemente visionario, restando il più fedele possibile all'idea di film concettuale a costo di sacrificare la comprensibilità della trama in favore del puro impatto delle immagini dettate dalla sua mente. E qui fa ancora scuola. In questa pellicola Lynch si muove su un percorso che porta alla decontestualizzazione del gesto quotidiano, dell'oggetto in se (esattamente il contrario di ciò che fece Cronemberg con Videodrome, dove l'oggetto era protagonista, esempio lampante la scena del protagonista che frusta la televisione) costruendo una storia che porta questa idea perfino all'interno della trama. Così lo spettatore perde subito il contatto con il canovaccio; gli rimane impressa la prima frase del film "Dick Laurant è morto" che è l'inizio del film ma è anche la scena finale. Tutto il resto si muove delimitato da queste due scene che si completano vicendevolmente, lasciando in mezzo un incubo dove perde importanza persino il protagonista, Fred Madison (Bill Pullman), nell'opera di estraniazione che opera il regista. Infatti ad un tratto cambia l'interprete e il film comincia a narrare un'altra storia che però ha continui rimandi alla prima parte (il nuovo protagonista odia la musica che suonava il primo, si innamora di una ragazza identica ala moglie di Fred, i due hanno visioni del futuro/passato dell'altro). L'incredibile svolgimento del film è dato, oltre che da questi fattori, dal fatto che perfino il lasso temporale è continuamente alterato, in un gioco di rimandi tra presente e passato che lascia allo spettatore l'arduo compito di seguire il film e di riallacciare i legami tagliati di proposito tra le due storie: quella di un sassofonista tradito che uccide la moglie (Patricia Arquette) e quella di un meccanico che si innamora della donna (sempre Patricia Arquette) di un pazzo, personaggio che sa di autocitazionismo da "Velluto Blu". Arbitro di questo delirio visivo l'inquietante, assurdo, onirico personaggio interpretato da Robert Blake, che a tratti sembra rappresentare lo spettatore, in quanto presente in entrambe le storie, ma che al posto di guidarci ci abbandona in mezzo al deserto, lungo le strade perdute che percorriamo assieme ad "un"protagonista...ma nemmeno noi sappiamo quale..

VOTO: 9


RECENSIONE DI

DAVIDE "DE" MASPERO

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