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.Io adoro questo
regista! Secondo me insieme a Cronemberg è colui che
riesce a mettere e trasmettere più terrore, suspence
e incubo in un film senza usare quelle noiose architetture
cinematografiche che omologano i film, relegandoli ad
una sterile variazione degli stereotipi classici. Comodo
inserire i soliti cliches dell'horror per rientrare
nella categoria, invece Lynch (come Cronemberg) si prende
la briga di portaci un orrore più vero, più concreto,
frutto della normalità e dell'ambiguità; più dei labirinti
della mente che di ridicoli mostriciattoli. Lynch ha
sempre avuto il coraggio di mostrare un cinema fortemente
visionario, restando il più fedele possibile all'idea
di film concettuale a costo di sacrificare la comprensibilità
della trama in favore del puro impatto delle immagini
dettate dalla sua mente. E qui fa ancora scuola. In
questa pellicola Lynch si muove su un percorso che porta
alla decontestualizzazione del gesto quotidiano, dell'oggetto
in se (esattamente il contrario di ciò che fece Cronemberg
con Videodrome, dove l'oggetto era protagonista, esempio
lampante la scena del protagonista che frusta la televisione)
costruendo una storia che porta questa idea perfino
all'interno della trama. Così lo spettatore perde subito
il contatto con il canovaccio; gli rimane impressa la
prima frase del film "Dick Laurant è morto" che è l'inizio
del film ma è anche la scena finale. Tutto il resto
si muove delimitato da queste due scene che si completano
vicendevolmente, lasciando in mezzo un incubo dove perde
importanza persino il protagonista, Fred Madison (Bill
Pullman), nell'opera di estraniazione che opera il regista.
Infatti ad un tratto cambia l'interprete e il film comincia
a narrare un'altra storia che però ha continui rimandi
alla prima parte (il nuovo protagonista odia la musica
che suonava il primo, si innamora di una ragazza identica
ala moglie di Fred, i due hanno visioni del futuro/passato
dell'altro). L'incredibile svolgimento del film è dato,
oltre che da questi fattori, dal fatto che perfino il
lasso temporale è continuamente alterato, in un gioco
di rimandi tra presente e passato che lascia allo spettatore
l'arduo compito di seguire il film e di riallacciare
i legami tagliati di proposito tra le due storie: quella
di un sassofonista tradito che uccide la moglie (Patricia
Arquette) e quella di un meccanico che si innamora della
donna (sempre Patricia Arquette) di un pazzo, personaggio
che sa di autocitazionismo da "Velluto Blu". Arbitro
di questo delirio visivo l'inquietante, assurdo, onirico
personaggio interpretato da Robert Blake, che a tratti
sembra rappresentare lo spettatore, in quanto presente
in entrambe le storie, ma che al posto di guidarci ci
abbandona in mezzo al deserto, lungo le strade perdute
che percorriamo assieme ad "un"protagonista...ma nemmeno
noi sappiamo quale..
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