All'indomani della guerra civile spagnola, il compito di stanare i partigiani che si nascondono in una fitta boscaglia viene affidato ad un distaccamento dell'esercito regolare comandato da un malvagio capitano; la moglie di quest' ultimo, nonostante l' avanzato stato di gravidanza, lo raggiunge in compagnia della figlioletta, frutto del precedente matrimonio: la bambina, appassionata di fiabe, instaurerà molto presto una relazione con bizzarre entità che sembrano annidarsi tra la vegetazione... Scritto, prodotto e diretto da Guillermo Del Toro, “Il labirinto del fauno” è un fantasy di tutto rispetto che segna l'atteso ritorno del regista messicano allo stile inconfondibile di “Cronos” e “La spina del Diavolo”, solitamente accantonato in occasione di produzioni made in Usa quali “Blade 2” ed il pur pregevole “Mimic”. Affrancato da vincoli ed imposizioni, l'estro di Del Toro si sbizzarisce nel creare un intreccio che si sviluppa intelligentemente nell' ambito di due dimensioni tra loro assai dissimili, per ognuna delle quali il fido direttore della fotografia Guillermo Navarro ha concepito due soluzioni cromatiche dichiaratamente distinte, ed entrambe eccellenti: colori caldi e pastosi accompagnano la ricostruzione della cornice storica, mentre tinte gelide ed irreali regnano incontrastate durante i momenti favolistici. Autore di una sceneggiatura poetica e crudele al tempo stesso, il regista amalgama alla perfezione orrori reali e fantastici, finalizzando una sapiente commistione di cg , make-up ed animatroni (opera della sempre valida equipe DDT , qui affiancata dal veterano Everett Burrell) sia alla descrizione di combattimenti e supplizi grondanti sangue, che alla rappresentazione delle creature più disparate, quali fate, fauni, orchi, insetti meravigliosi e piante semoventi; mentre ad un cast di ottimi attori, di bravura inversamente proporzionale alla loro notorietà presso il grande pubblico, va il merito di aver saputo mirabilmente caratterizzare personaggi mai banali: spicca tra tutti la figura del cinico e crudele capitano dell'esercito, la cui spietatezza nell'umiliare e nell'uccidere, sublimata da crudeli torture e da sommarie esecuzioni, si rivela di gran lunga superiore addirittura a quella dimostrata dal memorabile dispotico Rhodes nel “Day of the dead” di Romero. Un mosaico di gran classe, nel quale ogni tessera s'incastra infine alla perfezione; e se il succedersi degli eventi potrà forse risultare fin troppo prevedibile per gli spettatori maggiormente smaliziati, il risultato finale appare comunque notevole.