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KINATAY
(BUTCHERED - THE EXECUTION OF P)

di Brillante Mendoza

Brillante Mendoza è un regista filippino controverso, dallo stile pseudo-neo-realista, che divide nettamente la critica ed il pubblico in convinti sostenitori ed accesi detrattori. Autore difficile da metabolizzare, dotato di indubbia tecnica cinematografica, Mendoza narra la povertà, economica e morale, in cui si trova lo strato più proletario della società filippina e lo fa usando storie in cui sesso e violenza si incrociano e si fondono. “Kinatay” , accolto con sdegno al festival di Cannes, narra la terribile giornata di Peping, giovanissimo allievo della scuola di polizia, che di giorno si sposa con la sua amata e di notte arrotonda il magro stipendio raccogliendo il pizzo per la malavita locale. Finchè non gli viene proposto, da altri colleghi corrotti, un lavoro molto remunerativo. Ma Peping non sa che il lavoro consiste nella spedizione punitiva nei confronti di una prostituta che ha grossi debiti di droga con un boss locale. Il rapimento, la tortura, lo stupro e la morte saranno le lezioni che, suo malgrado, il giovane poliziotto imparerà nel corso della lunghissima nottata. Dilatando all'estremo il ritmo, con uno stile che sposa il caos visivo e sonoro per rendere l'idea della vita quotidiana, “Kinatay” si divide in due fasi : quella diurna (girata in pellicola) che mostra la vita-formicaio della città, condita da dialoghi e situazioni spesso lontane dal filo conduttore della vicenda e quella notturna (girata in uno sgranato digitale) in cui le tenebre della notte e della coscienza prendono il sopravvento, mentre paura, sopruso e violenza s'impongono come unico linguaggio narrativo. La parte più dura del film non è rappresentata tanto dalle sevizie inflitte alla prostituta (in realtà limitate agli ultimi minuti di pellicola) quanto piuttosto dal lungo, estenuante, ed opprimente viaggio in auto di Peping e dei suoi colleghi, con la donna appena rapita. La presa di coscienza, da parte del protagonista, di ciò in cui si è lasciato coinvolgere, i suoi deboli propositi di fuga e il terrore che lo attanaglia sono gli elementi cardine attorno ai quali Mendoza desidera far ruotare l'intera vicenda. Il giovane Coco Martin, nei panni di Peping, rende piuttosto bene l'angoscia di un personaggio che sta varcando la linea fra bene e male e che sta sposando una causa sbagliata solo per paura. Paura dei suoi colleghi, paura della violenza e, soprattutto, paura di un futuro di povertà, in cui l'unica speranza di sopravvivenza economica sembra essere rappresentata dalla corruzione. Insostenibili gli ultimi 20 minuti di film, in cui si consumano stupro e brutale omicidio. Poi per Peping , e per noi, c'è il ritorno alla luce diurna, alla vita di tutti i giorni, alla normalità. Potrà non piacere a molti, infastidire o annoiare altri, ma “Kinatay” resta comunque un feroce e sgradevole sguardo in un mondo solo apparentemente lontano da noi.

VOTO: 7

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