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I, ZOMBIE
( I, ZOMBIE : THE CHRONICLES OF PAIN )
di Andrew Parkinson

Il giovane David si trova in una zona boschiva per raccogliere dei campioni di muschio, quando viene morso da una donna dall'aspetto orribilmente sfigurato. Il ragazzo contrae così un morbo che porta il suo corpo ad una progressiva cancrena e che lo rende affamato di carne umana. David abbandona la sua ragazza e si isola in un appartamento, dove cerca di contrastare la sua malattia. Ma la fame di carne è troppo grande e dolorosa da gestire, perciò il giovane inizia a procurasi corpi umani… Andrew Parkinson, regista britannico indipendente con una predilezione per l'horror minimale di stampo socio-metaforico ed “autorale”, esordisce nel 1998 con questo lungometraggio girato in 16mm che fu molto pompato ai tempi dall'autorevole rivista americana Fangoria. Sicuramente l'idea che muove il film è interessante, seppur in qualche maniera derivativa de “La Mosca” di Cronenberg. Realizzare uno zombie-movie attraverso l'ottica disperata di un morto vivente, perfettamente in grado di comprendere ciò che sta accadendo al suo corpo, è spunto da cui si dipanano numerose strade introspettive che possono essere specchio dei mali contemporanei della nostra società. In effetti “I, Zombie” è un racconto di solitudine estrema, disperazione, malattia terminale ed assuefazione (la carne umana è una droga per David e l'astinenza da essa provoca violente e dolorose convulsioni). Il corpo non sembra l'unico elemento a marcire, gli stessi rapporti sociali e i ricordi si infettano e si corrodono fino a divenire spazzatura indistinguibile. Tutto questo è spessoesplicitato, a volte semplicemente intuibile, in “I, Zombie” che purtroppo però difetta sia per regia che per sceneggiatura. La prima, seppur discretamente curata tecnicamente considerata la povertà assoluta di mezzi, manca di quella sensibilità necessaria a scavare a fondo nell'animo del protagonista (un volenteroso, e spesso credibile, Dean Sipling) e calca piuttosto la mano sull'occhio morboso che scruta gli aspetti più sordidi della solitudine (le scene di masturbazione) o sull'effetto macabro (le piaghe della cancrena, i pasti cannibaleschi). La sceneggiatura ha poche idee da giocarsi e lo fa dilatando i tempi di narrazione e, visto e considerato che l'80% dell'azione avviene in un solo interno, finisce con l'uccidere il ritmo e l'interesse della pellicola. Nonostante questi difetti e nonostante la messa in scena soffra del budget microscopico, “I, Zombie” resta comunque un pezzo di cinema singolare, che vanta i suoi momenti riusciti e che mette in luce l'esuberante autarchia del suo autore che ha curato regia, sceneggiatura, editing e la malinconica colonna sonora.

VOTO: 6

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