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THE HUNGER GAMES
di Gary Ross

C'era molta attesa negli States per l'uscita di "Hunger Games", adattamento del primo capitolo della trilogia letteraria di Suzanne Collins. Botta sicura al botteghino, ha finora incassato 34 milioni di dollari bruciando la feroce concorrenza del nuovo capitolo della saga di "American Pie" e "Titanic 3D" (quest'ultimo addirittura doppiato!).
Il primo maggio nelle nostre sale, il film diretto da Gary Ross ("Pleasantville", "Seabiscuit") è stato, in parte erroneamente, attanagliato nella morsa del paragone con il cult-movie "Battle Royale" (Kinji Fukasaku, 2000).
Le similitudini ci sono, per carità: il corpo narrativo di "Hunger Games" richiama il capolavoro di Fukusaku con la sua società fratturata in due, tra l'opulenta Capitale e i distretti popolari, sovraffollati e disperati, che manda i propri “figli” a combattere l'uno contro l'altro per “ricordare il passato e salvaguardare il futuro”; in nome di un governo totalitario e divoratore dei propri virgulti, affinchè crescano solo i più forti e ligi al dovere.
Per prevenire nuove rivolte e per “onorare il coraggio e il sacrificio” le alte sfere della Capitale eleggono – anzi, estraggono a sorte attraverso un rito più crudele di quando il professore sfogliava il registro per scegliere chi interrogare – due ragazzi per ogni quartiere che in passato tentò di ribellarsi al potere. Deportati in seguito in un'arena di combattimento isolata ed intricata, dovranno guardarsi dai nemici e dagli stenti per trionfare, coprire di relativa gloria il proprio distretto e tornare a casa. Il tutto in diretta tv, ovviamente. Sennò che gusto c'è?
Quando la timorosa Primrose Everdeen viene selezionata per rappresentare il distretto numero 12, la sorellona Katniss , esperta cacciatrice, si offre volontaria al suo posto e raggiunge la sede degli Hunger Games, necro-olimpiadi annuali, con l'altro “eletto” Peeta. Riusciranno a riscattare l'onore del distretto dodici?
Ma è quell'americanata che copia Battle Royale ?”; la frase più gettonata dei cineprevenuti pare a questo punto prevedere una risposta affermativa. "Hunger Games" è però figlio di tutt'altra cultura e ancor più importante nasce con tutt'altro scopo. Manifesta le caratteristiche del filmone a stelle e strisce, spietato e crudo sì, ma pure prevedibile ed edulcorato nei momenti decisivi. Scevro della crudezza e del folklore orientale, il film si sbarazza del paragone diventando un film più originale del previsto ma anche meno tosto di quanto una follia giapponese potrebbe osare.
C'è dunque l'eroina (eccessivamente) senza macchia che riesce a barcamenarsi nell'orgia di sangue senza mai commettere il minimo peccato (lei è Jennifer Lawrence, "Un Gelido Inverno", bravissima), il mentore brusco ma tenerone che la guida e supporta lungo il training (Woody Harrelson, "Assassini Nati", "Zombieland") e un sacco di altri luoghi comuni, tra cui un'insensata solidarietà tra alcuni partecipanti dei “giochi” che alla lunga stucca un po'. Non è un horror né concede grosse fette di torta alla violenza pura. Del resto per incassare così tanto, qualche marchetta il film la dovrà pur concedere. Tuttavia, dove manca un po' di bruttomuso arrivano la poesia rabbiosa di alcune scene (colpisce la rivolta degli abitanti di un distretto straziato dalle immagini mortifere che giungono in diretta tv), musiche meravigliose e la rappresentazione di un domani umanamente catastrofico e subdolamente paillettato.
Quindi lasciamo perdere "Battle Royale" o affini (anche "Contenders" denunciò brillantemente il voyeurismo televisivo e il degrado futuristico) e godiamoci un film che, seppur con qualche divagazione retorica, ferisce ed emoziona.
Del resto, come dice il buon Woody alla sua discepola: “vuoi sapere come restare viva? Devi fare in modo di piacere alla gente”. "Hunger Games" piace proprio in questo senso: prevedibile, un po' impostato, ma drammaticamente toccante.

VOTO: 7,5

RECENSIONE DI

LUCA ZANOVELLO

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