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THE HOUNDS
di Maurizio & Roberto Del Piccolo

Una bella prova d'esordio nel lungometraggio, ma che vale parecchio indipendentemente dall' essere un'opera prima. Sì, perchè, diciamolo chiaramente, bisogna spesso sorvolare su parecchi errori attribuibili all'inesperienza per essere clementi nei confronti delle prime fatiche di autori giovani e principianti (due aggettivi che molto spesso vanno a braccetto), ma anche apparentemente promettenti e che sarebbe quindi un peccato scoraggiare. E allora ci si ritrova quasi sempre a dire che da una parte ci sono belle inquadrature ma dall' altra assistiamo a strafalcioni di ripresa, che qua c'è una brillante svolta di sceneggiatura ma di là ascoltiamo un dialogo pietoso, che i delitti sono ben coreografati (stiamo parlando di horror, quindi l'esempio ci sta tutto) ma che certi effetti speciali avremmo preferito non doverli vedere, e via discorrendo; si potrebbe continuare a lungo, ma ci si può tranquillamente fermare qua perchè ci siamo capiti. La prima bella considerazione da fare riguardo a "The Hounds" è che in esso non c'è nulla di tutto questo. Le ossa gli autori se le sono già fatte coi cortometraggi: uno l'avevo pure visto e non mi aveva colpito affatto, ma non importa, perchè quello che conta è che la gavetta sia servita per arrivare ad un prodotto come questo. Un bel biglietto da visita per imprese future più o meno gloriose, si spera, di cui il cinema italiano avrebbe tanto bisogno. Paradossale, però, che per sperare di mantenere in vita l'horror italiano occorra andare fin nel Regno Unito. Paradossale, sì... ma vero. Lo ha capito Giovanni Lombardo Radice, grande (per me) vecchia gloria del cinema di genere, che da quelle parti ha scoperto una seconda giovinezza come attore ed è riuscito addirittura a trovare un produttore per il ventilato sequel di "La casa sperduta nel parco", del quale ha scritto la sceneggiatura in collaborazione con un Deodato da troppo tempo fermo al palo. Lo ha capito Cosimo Alemà, che ha impreziosito il proprio "At the end of the day" con la recitazione di attori sconosciuti (almeno da noi) ma di grande mestiere scovati proprio oltremanica. E lo hanno capito i Del Piccolo, al cui film l'Inghilterra ha prestato pure le location. Ma gli attori restano ancora una volta la scelta più azzeccata. Quelli italiani non funzionano, ormai lo si è capito, perchè anche quando si parla di grossi nomi si rivelano quasi sempre legnosi e in ogni caso inadatti all' horror: vanno bene giusto per le commedie, e lì è meglio che rimangano. Non so se sia stato questo il ragionamento degli autori, ma sta di fatto che in "The Hounds" vediamo facce duttili e spontanee, che non sprecano i brillanti dialoghi scritti dai registi, rari a trovarsi persino nei prodotti di professionisti ben più navigati. Merito proprio dei sagaci scambi di battute tra i protagonisti se durante una prima parte un po' statica non ci si annoia più di tanto, e si è ancora abbastanza freschi quando arriva la scoperta che il cadavere semisepolto davanti alla tenda dei nostri ha deciso di rialzarsi per giocare a nascondino tra gli alberi del bosco. In altri prodotti analoghi, probabilmente, attori e dialoghi atroci avrebbero ucciso lo spettatore già da un bel pezzo, invece qui lo si è saputo traghettare integro fino alla seconda parte, per regalargli bei momenti di sottile inquietudine quando i malcapitati se la devono vedere con minacciosi doppioni di sé stessi. Idea non nuovissima, ma ancora una volta gestita nel modo giusto. Facile capire, anche senza avere letto qualche mezzo spoiler altrove, che comunque non tutto è come sembra, che qualche tassello irrimediabilmente manca ed andrà al suo posto solamente alla fine. Cosa che puntualmente accade, nel corso di una rivelazione conclusiva che francamente mi ha scioccato molto, nella sua crudezza. E proprio questa parte sarà quella di cui probabilmente si discuterà di più nelle recensioni a venire, in virtù di una sua presunta derivatività da più celebri modelli. Si parlerà inevitabilmente di "Shadow", ma sottolineando comunque che anche Zampaglione non aveva fatto altro che reinterpretare alla maniera propria, e niente affatto disprezzabile, le trame di altri film: su tutti "Reeker", non a caso apparentemente citato anche qui, che però affondava a propria volta le radici nel passato. E allora non resta che girare ai Del Piccolo lo stesso complimento già fatto a Zampaglione, ovvero il plauso per avere saputo rileggere in modo convincente un espediente narrativo già visto altrove. Io, piuttosto, mi sarei risparmiato lo spiegone pseudoscientifico finale da parte del detective (Romero docet), così come qualche approfondimento di troppo relativo al personaggio dell'investigatore stesso ed al suo tragico passato: reali pretese autoriali, in quest'ultimo caso, o semplice necessità di fare minutaggio per dare più ampio respiro ad un lungometraggio che sarebbe altrimenti rimasto pericolosamente troppo distante dalla canonica ora e mezza? Difficile capirlo, ma in fondo neppure importa più di tanto, perchè ciò che si vede sullo schermo compensa ampiamente le poche riserve: le riprese sono chiaramente opera di chi sa il fatto proprio (e non mi si venga in questo caso a parlare di derivatività, perchè non basta un po' di shaky-cam accostata ad una tenda e a quattro alberi a fare necessariamente un clone di "Blair Witch Project"), il sangue sparso con parsimonia sembra davvero una scelta voluta piuttosto che un modo per nascondere i limiti di effettacci caserecci (e nella circostanza comunque all' altezza), mentre le musiche completano il quadro positivo spaziando disinvoltamente, e con buona funzionalità, da un registro quasi vintage (penso soprattutto ai titoli di testa) allo stile decisamente più moderno sfoggiato qua e là nel corso dell'azione. Peccato solamente che il budget contenuto non abbia consentito l' impiego di un formato visivamente più ricco, perchè anche il direttore della fotografia, aldilà del film stesso, lo avrebbe meritato onde poter meglio esprimere potenzialità apparentemente più elevate.

VOTO: 7

RECENSIONE DI

FLAVIO GIOLITTI

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