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HOSTEL
di Eli Roth

La vacanza europea di due ragazzi americani, iniziata tra i locali di Amsterdam e proseguita tra vari ostelli all'insegna del divertimento e del sesso facile, sfocia nel sangue quando, alla ricerca di emozioni sempre più forti, si imbattono in una vecchia fabbrica abbandonata, divenuta teatro delle più atroci esibizioni di violenza per ricconi annoiati. Il secondo film di Eli Roth conferma le capacità del regista già emerse nell'interessante Cabin Fever, e ne fa uno dei nuovi nomi di punta del cinema horror contemporaneo. Hostel è così cattivo e feroce che non si riesce mai a capire bene quando finisca la consapevolezza del genere e quando invece cominci la manifestazione del gratuito e del fine a sé stesso. Parte come una sorta di teen college movie con smodate dosi di tette e culi per poi pian piano affondare le proprie mani nel sangue e nelle viscere, come un grand guignol d'altri tempi. Roth sa esattamente cosa vuole il suo pubblico, e sa accontentarlo senza mezze misure; però sa anche come ricattarlo e come farlo sentire vittima e carnefice allo stesso tempo. Dietro ogni immagine si nasconde un pensiero, un'etica del fare cinema che a molti cinematografari da quattro soldi oggi non interessa più: al di là della più facile lettura contemporanea (la fabbrica come una sorta di Abu Grahib), Hostel mette in scena una condizione che è di tutti e alla quale non si può scappare (occhio alla trasformazione del protagonista negli ultimi venti minuti), unendola a una grande perizia tecnica da solido cinema di genere. Già di culto, poi, il cameo di Miike Takashi.

VOTO: 7

RECENSIONE DI

GIACOMO CALZONI

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