Non sapevamo ancora cosa pensare veramente, a proposito di Jaume Balaguerò. Dopo "Nameless" (che si poteva anche salvare, seppur in corner) e "Darkness" (che invece proprio NON si poteva salvare), lo attendevamo al varco con questo Fragile, presentato fuori concorso alla 62° Mostra di Venezia. E purtroppo non ha fatto altro che confermare sospetti poco piacevoli (tra l'altro attribuibili a tutta la produzione Filmax), e cioè:
1 – che si tratta di un regista già convinto del suo status di autore (non è gravissimo, non è mica l'unico).
2 – che il suo immaginario cinematografico è veramente ridotto ai minimi termini (e questo è gia più grave).
Per raccontare una storia di fantasmi e di ossa che si frantumano misteriosamente in un ospedale in via di smantellazione, Balaguerò si è affidato unicamente alla convinzione che per far paura, o comunque per costruire una buona atmosfera di tensione, sia sufficiente ancora oggi – ancora oggi!! – la classica apparizione alle spalle, il classico effetto sonoro sparato a mille, insomma, il classico “buh!”, come se il target di spettatori fosse costituito solo dai ragazzini che vanno al cinema il sabato pomeriggio. Qualcosina qua e là si può pure salvare, perché la fascinazione delle ossa rotte fa sempre il suo bell'effetto (seppure si riveli poco più di un pretesto), così come è carina (e nulla più) l'idea del conseguente sgretolamento dell'edificio, ma è l'insieme che inorridisce, che annoia. Per non parlare poi dei cinque minuti finali, da annali del trash. Fulvio Lucisano (mica uno qualsiasi) in un' intervista rilasciata a Venezia ci ha espresso tutta la sua ammirazione per il regista spagnolo, considerandolo uno degli autori (sic) più promettenti della nuova generazione, ma a voler dare credito alle sue parole vuol dire proprio che non siamo messi bene. Per fortuna non tutti la pensano così, e i fischi e gli ululati del pubblico del Palagalileo hanno dato ragione a noi.