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Ecco un esempio
di horror neozelandese che NON è targato Peter Jackson.
Un giovane di nome Micheal viene sottoposto da bambino
a dei trattamenti per il condizionamento mentale e viene
spinto, conseguentemente, ad uccidere i genitori. Una
volta cresciuto il ragazzo decide di andare nell'isola
dove vive ancora il professore folle che causo' ,con
i suoi esperimenti, la tragica esperienza infantile.
Micheal è assetato di vendetta ma si troverà ben presto
a fronteggiare una schiera di dementi mutanti frutto
del laboratorio del mad doctor. David Blyth (autore
anche del vampirico "Red blooded american girl") dimostra
in quest'opera di non esser da meno, per quel che riguarda
tecnica e follia all'illustre Jackson ma c'è da dire
che questo "Neurokillers" stenta a decollare lo stesso.
La sceneggiatura (evidentemente più volte rimaneggiata)
crea un kaos incredibile quando si giunge a metà film
ed in pratica causa uno sforzo bestiale nello spettatore
per riuscir a comprendere la sequenza precisa degli
eventi successivi. A questo si deve anche sommare il
fatto che la storia di per sé è già eccessivamente "fumettistica"
e pertanto spesso sconfina in sottotrame ancor più ingarbugliate.
L'angolo dei pregi è invece costituito da una scelta
di inquadrature molto belle e da una fotografia assai
curata. Bello in particolar modo il momento dello scontro,
in un tunnel illuminato da neon rossi, fra il protagonista
ed un gruppo di motociclisti assai agguerriti. Il gore
è usato con parsimonia da Blyth ed il finale del film
è tragico ma anche coinvolgente dal punto di vista emotivo.
In definitiva questo è un tipico esempio di film cult
mancato…peccato…
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