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Per prima cosa
mi rivolgo a tutti coloro che stanno leggendo questa
recensione invitandoli (pena la morte) a fare
un inchino di fronte al nome che vedete qui sopra. Finiti
i convenevoli parliamo di cinema, di grande cinema.
Mario Bava è insieme, e più, di Freda, almeno per quel
che concerne il valore dei film, l'inventore del cinema
horror gotico italiano. Punti cruciali del genere, che
si distaccava rispetto agli stereotipi letterari sui
quali la maggior parte del cinema horror del periodo
era basato, erano la trasposizione del male in un qualcosa
di concreto e tangibile. "Capro espiatorio" di questa
ricerca del concreto diventa la donna: ritratta a tinte
fosche da tutte le produzioni del genere, ricettacolo
del peccato o indaffarata in attività di stregoneria
o demoniache, il bisogno cinematografico di dare un
volto al male vede nascere il mito delle femmes fatales.
E proprio "La Maschera del Demonio", anno 1960, è precursore
dei tempi. Ambientato nell'800 vede due dottori in viaggio
verso Mosca imbattersi in una caverna nella quale è
contenuta la cripta di una strega con indosso una maschera.
uno dei due dottori la leva e ferendosi fa cadere una
goccia di sangue sul volto della strega che si risveglia.
All'uscita dalla cripta incontrano Katia, che vive in
un castello poco distante e che rivela una strabiliante
somiglianza con la strega di nome Asa, di cui si scoprirà
essere lontana parente. Ovviamente sta per cominciare
una lotta tra il bene ed il male, impersonate da Katia
e Asa, che però per scelta del geniale Bava sono la
stessa persona, ossia la regina dell'horror Barbara
Steele. Questi stratagemmi del regista per creare un
senso di confusione nello spettatore, la trama intricata
del film, una fotografia a livelli sublimi (alcune delle
immagini sono come istantanee che racchiudono tutto
ciò che può essere gotico in un solo fotogramma) ed
una regia accorta hanno fatto si che questo film rappresentasse
la perfetta sintesi di quello che era l'horror gotico
in Italia. Bistrattato dalla critica ai tempi, Bava
è oggi idolatrato, e come al solito è stato scoperto
prima negli altri paesi dove addirittura la sua tecnica
di regia era studiata nelle Università. Un film che
a 40 anni di distanza mantiene il suo fascino e la sua
intoccabile posizione di capostipite di un genere, sicuramente
una spanna sopra le altre produzioni del periodo e non
solo italiane.
Da vedere.
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