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Ma chi l'ha detto
che un regista di videoclip debba per forza partorire
un film "videoclipparo"? Bollato dalla critica come
un inutile esercizio di stile barocco, questo "The cell"
si rivela invece come una delle migliori proposte cinematografiche
della stagione: un film travolgente, adrenalinico, avviluppante
nel suo continuo alternare deliri magniloquenti a tocchi
deliziosi, ma vediamo di entrare nel dettaglio. Innanzi
tutto va chiarita una cosa: "The cell" non va confuso
nel mazzo dei film che puntano tutto sulla resa esteriore.
Fotografia e costumi sono senz'altro gli aspetti pił
appariscenti, ma l'essenza e la forza del film sono
altrove. Parlo della perfetta padronanza del mezzo tecnico
(Tarsem ha un virtuosismo "di tenuta" che non pesa affatto
sulla narrazione, come avviene invece, per esempio,
in Sam Raimi), del ritmo bruciante nelle sequenze d'azione,
del senso di leggerezza limbica alla "Barone di Munchausen"
che ammanta il film nel momento in cui si addentra nelle
menti dei protagonisti. Non si puo' far passare tutto
questo per semplice "maniera videoclippara", a meno
di non saper cogliere le brillanti scelte di regia e
la potenza visionaria che il film sprigiona a tutta
forza appena sotto la patina estetizzante. Che poi il
film si regga anche su elementi narrativi codificati
(la sinossi e' la stessa di tanti altri film imperniati
sul triangolo detective, vittima e serial killer) ci
puo' tranquillamente stare: quello di Tarsem rimane
comunque uno stile autentico: rigoroso -a suo modo-
nella forma, e robusto nei risvolti horror; non siamo
dinanzi alla semplice "esibizione di uno stile", come
invece certa critica insipiente ha voluto far credere.
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