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CALVAIRE
di Fabrice Du Welz

Marc Stevens, un cantante girovago, terminata un'esibizione in un ospizio riparte con il suo furgone, verso il suo prossimo concerto. Ma il buio, la pioggia e la sfortuna più nera, lo fanno perdere fra le strade nei boschi. Spaesato, il “nostro” incontra uno strano tizio che, nel cuore della notte, sta cercando disperatamente il suo cane e che si offre di aiutarlo a trovare un posto dove passare la notte. Cosi Marc trova ospitalità in un vecchio albergo nei boschi, il cui proprietario è un bizzarro ex artista-umorista. L'uomo, dapprima sin troppo gentile e premuroso, dimostrerà di nutrire un interesse morboso nei confronti del cantante, impedendogli di partire e, cosa ancor più terribile, obbligandolo a vestirsi come la sua ex-moglie. E per il protagonista sarà soltanto l'inizio di un terrificante calvario… “Calvaire” è un vero shock visivo ed emotivo. Un viaggio nei meandri più oscuri e bestiali dell'animo umano, che non lascia speranza e che non mostra pietà. Il belga Du Welz, dopo alcuni cortometraggi, esordisce così alla regia di un lungometraggio, dimostrando capacità e talento non comuni. Lo stile, sospeso fra il freddo documentario e l'abile narrazione, è sporco e al tempo stesso elegante e riesce a creare un'atmosfera estremamente ammorbante senza mai incorrere in effettacci o situazioni gratuite. “Calvaire” è una storia d'amore e disperazione, di solitudine e istinto di sopravvivenza, che prende il concetto di “sesso” e lo sviscera nella sua ottica deformata, dimostrando come esso sia un bisogno primario, forse l'unico vero bisogno che può far sentire l'uomo ancora vivo. Ma il sesso è anche strumento che rischia di deformare l'animo e la cui forsennata e disperata ricerca può far vacillare la mente. E questo vale sia per donne che per uomini anche se, questi ultimi, nel film risultano estremamente abbrutiti dalla solitudine e circondati da un ambiente simil post-atomico così deprimente da rendere, la mancanza di una presenza femminile, una condizione insopportabile e capace di mutarli in animali famelici e disperati. A dimostrare ciò, una delle scene più surreali del film con un gruppo di uomini che inizia a ballare, a ritmo di pianoforte, una danza goffa e inquietante. Aldilà dell'atmosfera apertamente omosessuale che aleggia nella sequenza, ciò che colpisce è proprio la rozzezza dei passi di danza dei personaggi, chiara dimostrazione dell'assenza di una presenza femminile in grado di rendere sensuali, dolci ed eleganti i movimenti che, compiuti dagli uomini, risultano solo grotteschi, grossolani ed innaturali. L'ottimo reparto recitativo, la sceneggiatura essenziale ma molto efficace e le locations opprimenti, completano un quadro di desolazione che resterà impresso nello spettatore a lungo, dopo la visione del film. Dopo “Il cameraman e l'assassino” un altro cult horror dal Belgio (con la collaborazione, in sede di produzione, anche di Lussemburgo e Francia). Presentato in anteprima nazionale alla quarta edizione del Ravenna Nightmare Festival. Un grazie di cuore alla Gargoyle Video che farà uscire in home-video in Italia, dal dicembre 2006, questa imperdibile e disturbante chicca cinematografica.

VOTO: 9

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