...torna all'indice


BUG
di William Friedkin

Una donna, legata sentimentalmente alla propria migliore amica, riceve un brutto giorno l' inaspettata visita dell' ex marito, un violento balordo appena tornato in libertà. Ma il peggio deve ancora arrivare: fatale sarà infatti l' incontro con un reduce di guerra, al quale la famigerata “Sindrome del Golfo”, contratta al fronte, causa allucinazioni relative ad infestazioni di insetti, che lo spingono ad autoinfliggersi mutilazioni spesso orribili; le sue crisi, dapprima sporadiche e poi via via più frequenti, diventeranno realmente preoccupanti quando i loro effetti inizieranno ad apparire in grado di trasmettersi anche alla nuova compagna dell' uomo, modificando pericolosamente la percezione della realtà... Una pellicola sorprendente e spiazzante, con la quale William Friedkin torna ad inquietare realmente ad oltre trent'anni di distanza dall'exploit di “L' esorcista”, anche se un paragone stilistico con quest' ultimo - è bene precisarlo subito - non è assolutamente proponibile. Si comincia con le atmosfere malate di un noir decadente, nel quale i classici scenari del genere (ambigui discobar e sgangherati motel della provincia americana) fanno da sfondo alle vicissitudini, in teoria estreme, di personaggi ai margini: amanti lesbiche si ubriacano, si drogano e paiono avvezze a scambiarsi partner maschili occasionali, ma che il peso della routine abbia ormai annullato la trasgressività delle loro azioni, sostituendola con la noia, è chiaro sin dall' inizio; significativa in questo senso, nell' ambito di un film che saprà essere altrove molto esplicito, è la scelta di mostrare soltanto di sfuggita le classiche “tirate” di cocaina, quasi per evidenziare come stia inesorabilmente venendo meno l' interesse degli stessi protagonisti nei confronti di gesti ormai meccanicamente reiterati e di conseguenza ben poco appaganti. L' obiettivo più difficile da raggiungere, all' interno di simili contesti, consiste evidentemente in un ritorno alla normalità: più tardi, infatti, i medesimi personaggi dimostreranno di essere impacciati persino nell' affrontare una semplice conversazione; ed il rischio di scegliere la via d' uscita sbagliata ad una realtà scomoda, in cui regnano l'abbandono e la solitudine, diventa a questo punto molto elevato. L'introduzione di un nuovo enigmatico personaggio, che ben presto rivelerà di essere un tormentato reduce di guerra, rappresenta quindi l' elemento destinato a determinare una virata verso l' orrore: è questa la fase più curiosa, nella quale Friedkin sembra addirittura impegnato ad imbastire un parallelelismo tra la propria nuova opera ed il memorabile “Nightcrawlers” (ovvero “I Serpenti della Notte”), episodio che realizzò per la serie tv “Ai confini della realtà” nella seconda metà degli anni Ottanta; ma mentre all'epoca il dito accusatore era puntato contro i nefasti ritrovati chimici, tipo il diserbante Orange ed il gas psichedelico BZ, largamente impiegati in Vietnam, sono in questo caso le presunte sperimentazioni condotte sui soldati statunitensi durante il primo conflitto del Golfo, e tuttora velate da un alone di mistero, a far precipitare irrimediabilmente la vicenda in una dimensione da incubo. Si arriva di conseguenza all' ultima parte del film, la più folle e sconvolgente, nella quale ogni residuo barlume di razionalità cederà il posto ad ossessioni e mutazioni che sembrano uscite direttamente da uno dei migliori Cronenberg d'annata. Sul versante tecnico, Friedkin non tradisce l' impostazione statica e claustrofobica della sceneggiatura, ispirata ad un dramma teatrale: i personaggi, ripresi spesso con la camera a mano, si muovono in un unico interno per un buon novanta per cento della durata, lo zoom, utilizzato magistralmente, insiste non di rado su dettagli apparentemente insignificanti che solo in seguito si dimostreranno rivelatori, la colonna sonora, quasi priva di commento musicale, si compone in gran parte di rumori allarmanti (che andranno a disturbare persino la ballata scelta per accompagnare i titoli di coda), e tutto, dall' unica torrida scena di sesso esplicito, alla fotografia gelida, nitida ed essenziale, sembra concepito per incutere una sensazione di disagio; determinante nel ricreare la giusta atmosfera è anche la superba, isterica, prova di Ashley Judd , già splendida eroina del mediocre thriller “Il collezionista”, che appare qui notevolmente appesantita grazie anche alla coraggiosa scelta di recitare senza un filo di trucco. Il risultato è un delirio da applausi, non privo per giunta di qualche situazione graficamente molto forte, ma forse persino un po' troppo ingarbugliato: del resto, quanta linearità è lecito aspettarsi da un bad trip in piena regola? Un film da seguire rigorosamente fino al termine dei titoli di coda, difficile da comprendere appieno dopo una sola visione, e assolutamente da evitare in versione originale senza sottotitoli se non si è in possesso di una ottima conoscenza della lingua inglese.

VOTO: 8,5

RECENSIONE DI

FLAVIO GIOLITTI

...indietro