 |
Inutile dire
che il qui presente prodotto è tratto dall'omonimo best
seller di Bret Easton Ellis, libro cult che diede scandalo
(anche se ad onor del vero a tutt'oggi vi è molto di
peggio) quando uscì narrando paranoie e gesta sadiche
di uno yuppie in carriera. C'era da aspettarselo che
un libro così controverso diventasse un film, ed infatti
qualcuno ci ha messo le mani per far si che la follia
di quelle pagine diventasse 1 ora e quaranta minuti
di celluloide in cui Patrick Bateman si muove a cavallo
tra le sue due vite parallele. La prima, di elegante,
raffinato e curatissimo uomo d'affari, ossessionato
dal look e dal culto del fisico (paranoica ma fondamentale
la scena iniziale in cui descrive la sua quotidiana
cura del corpo), la seconda di assassino e spietato
serial killer, sadico fino all'inverosimile. Trascorre
le sue giornate tra noiose discussioni con colleghi
d'ufficio, soggiogati da miti degli anni ottanta come
i ristoranti di culto, il lusso e perfino il colore
dei loro biglietti da visita. L'esasperante routine
fatta di lavoro, donne, locali e serate tra droga e
alcool tratteggia la generazione della fine degli anni
ottanta prossima al collasso. Collasso che si verifica
nella mente di Patrick quando lascia invece fuoriuscire
il suo alter ego criminale. Così in una escalation senza
controllo comincia ad uccidere prima metodicamente,
poi sempre più in maniera sregolata, riuscendo a fatica
a costringere il suo io criminale a riaddormentarsi
quando con la luce del giorno deve rivestire i panni
del posato uomo d'affari. Colleghi d'ufficio e prostitute
non fa differenza, è l'atto omicida che conta perpetrato
sempre con cura e distacco. Tutto è superficiale, tutto
è finto, perfino gli omicidi sono eseguito semplicemente
come fossero "culto dell'immagine" e non atti di crudeltà
o delirio. Eppure in questo film manca qualcosa. Manca
la cosa che fin dalle prime battute ci mettono sotto
gli occhi (anche se poi, svelato il gioco di inquadrature,
scopriamo non essere ciò che pensiamo): il sangue. Se
è effettivamente tratteggiata bene la mondanità di plastica
ottantiana anche nelle ambientazioni, nei vestiti, e
nei gadgets (che sono stati appositamente riesumati
per il film) manca il lato violento della cosa. Ad una
buona caratterizzazione di Bateman, perso nel suo totale
e maniacale studio del corpo si contrappone una mancata
vena sanguinolenta per dipingere il suo alter ego psicotico.
Ogni momento in cui la telecamera dovrebbe e potrebbe
indugiare su scene davvero forti (riconducendo al culto
dell'immagine, sebbene devastata, anche l'altro lato
del protagonista, completandone la mania estetica) ritorna
il solito tormentone poco artistico, ma cardine, nel
cinema di massa: la censura. La telecamera non si può
spingere oltre un certo limite, il businness ha sempre
la meglio sull'arte. Il film si lascia guardare, regala
anzi un finale molto bello, un dissiparsi di certezze
in cui nemmeno noi capiamo cosa è vero e cosa no, se
ciò che abbiamo visto era frutto della follia di Patrick
o realtà; è piacevole e a tratti schizoide e perverso
al punto giusto, ma questa dose di follia rimane sempre
senza uno sfogo a causa di una regia che ci nega ciò
che completerebbe l'opera: un po' di violenza mostrata
nella sua lucida intensità.
|