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4 MOSCHE DI
VELLUTO GRIGIO
di Dario
Argento
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Con il 1971 si
conclude la famosa "trilogia degli animali"
grazie alla terza opera della non più “solo
promessa” ma esaltante realtà di Dario
Argento:
"Quattro mosche di velluto grigio".
Se con i primi due film "L'uccello
dalle piume di cristallo" ed "Il
gatto a nove code" aveva sovvertito
le regole del thriller ed il modo di fare cinema in
Italia, ora estremizza ancor più le sue abituali
tematiche inserendo frammenti di fantastico - irrazionale
nel thriller più puro. Questo è dovuto
alla geniale, ma non plausibile, soluzione finale secondo
la quale con un apposito macchinario si può scoprire
l'ultima immagine della vittima rimasta impressa nella
sua retina e che porta alla scoperta dell'assassino,
anche se in realtà nel film non avviene così
poichè quello rimasto impresso riguarda una sequenza
di quattro mosche, così che i protagonisti vengono
ancora una volta beffati e con loro lo spettatore. La
soluzione talmente innovativa, per quanto assurda, diventò
all'epoca un caso che però si sgonfiò
presto dovuto anche alla netta smentita da parte della
medicina ufficiale.
E' qui che inizia quello che sarà da ora in poi
il marchio di fabbrica della filmografia argentiana:
la famiglia mostro che partorisce l'assassino. Infatti
mentre ne "L'uccello dalle piume di cristallo"
l'omicida era spinta in seguito alla visione di un quadro
che dipingeva la sua stessa aggressione subita da bambina
e ne "Il gatto a nove code" la molla criminale
era inserita nella conformazione cromosomica dell'assassino
(uno dei ricercatori dell'istituto), da ora in avanti
la causa scatenante è da ricercarsi in molti
casi all'interno della stessa famiglia, che siano rapporti
ambigui tra genitore e figlia (come in questo caso dove
il padre che aveva sempre desiderato un maschio picchia
la figlia e la fa rinchiudere in manicomio con la sola
colpa di essere una donna), tra madre e figlio (coppia
omicida in
"Profondo
Rosso" dove tutto l'incubo nasce dall'omicidio
del padre ad opera della moglie la quale doveva essere
rinchiusa in un ospedale psichiatrico), ancora tra madre
e figlio in "Phenomena"
dove quest'ultimo (mostruoso frutto di una violenza
sessuale ad opera di uno squilibrato) si accanisce su
povere collegiali di un istituto svizzero con l'assenzo-aiuto
della madre ed istitutrice, mentre tracce di psicopatia
sessuale all'interno della famiglia si trovano anche
in "Opera".
La cosa poi inquietante, riguardo al film in questione,
è il parallelismo tra la vita reale del regista
e la pellicola, poichè più di una persona
all'interno della troupe aveva intravisto una non lieve
somiglianza tra sua moglie Daria e la protagonista (l'inglese
Mimsy Farmer ottima nella parte), la finzione si mescola
con la realtà e con il protagonista che a poco
a poco si accorge che colei con cui condivide il letto
matrimoniale è una persona misteriosa. Argento
a riprese ultimate si separerà dalla Nicolodi.
In questo film assoluta dominante è l'incertezza,
dato che già dal primo omicidio si scopre in
seguito che di tale non si è trattato ma l'uomo
verrà in seguito ucciso a metà film; l'investigatore
omosessuale che pensa di avere intrappolato l'assassino
in un bagno pubblico, viene a sua volta ucciso con un
colpo in testa ricevuto da una sbarra di ferro e finito
con una puntura di veleno nel cuore; la moglie amata
si rivela il peggiore dei tuoi incubi.
Si svela poi da ora anche l'altra passione del regista,
quella per il teatro e tutto ciò che lo circonda:
tutta la sequenza iniziale dove Roberto (il protagonista)
inseguendo lo sconosciuto da cui era pedinato entra
proprio in un vecchio teatro, dove comincia una collutazione
con il misterioso uomo uccidendolo accidentalmente con
un coltello appartenente alla vittima (tutto questo
sotto gli occhi di una persona mascherata che fotografa
l'accaduto); in "Profondo rosso" la sequenza
iniziale sul congresso di parapsicologia si svolge in
un teatro ed è da lì che comincia l'incubo;in
"Suspiria"
non si parla di teatro nel vero senso della parola,
ma tutte le scenografie sono di ambientazione teatrale,
così come in "Inferno";
in "Opera" infine è il teatro di per
sè fattore dominante. Come sempre Argento non
è innovativo solamente nello svolgimento della
trama, ma anche sotto il punto di vista puramente tecnico
dato che l'ultima sequenza del film, venne girata al
rallentatore con una cinepresa fino ad allora usata
solamente per lavori scientifici la quale può
riprendere fino a 6.000 fotogrammi al secondo invece
dei normali 24, ed il risultato finale è entusiasmante
e straziante come la morte rappresentata.
Non c'è che dire: oramai Argento, diventato un
regista di levatura mondiale, si apprestava, dopo la
non felice parentesi de "Le cinque giornate",
a realizzare il suo capolavoro con il quale sarà
sempre ricordato nel mondo: "Profondo rosso".
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VOTO: 9
RECENSIONE DI
LUCA MARGARITELLI
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