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JINGLE BELL JINGLE BLOOD
di Roberto Albanesi & Simone Chiesa

Date a Roberto Albanesi quattro pareti, una parrucca e un po’ di ketchup e probabilmente di lì a poco sfornerà un film. Dell’orrore, si, ma imbevuto di passione, ironia e blitz dentro e fuori altri generi prettamente “b”. “B” sono pure le fattezze dei suoi lavori (in questo caso co-dirige con Simone Chiesa) nei fatiscenti (chissà, io li immagino così) meandri della casa di produzioni New Old Story Film Casalpusterlengo, probabilmente figli di budget che non vi sazierebbero da McDonald’s o disseterebbero alla Festa della Birra di Rivergaro. Era il 2010 quando Albanesi provò a lanciare nel suo cinefrullatore un po’ di Lenzi, un po’ di horror vendetta e un po’ di Troma, realizzando un natalizio delirio dal titolo "Jingle Bell Jingle Blood". Il lavoro, sperimentale e poco smussato, racconta l’evasione dello psicotico Renato Vallanzasca, convinto di essere il caro vecchio Babbo Natale e determinato a vendicarsi di chi lo fece ingabbiare, partendo dal suo altrettanto problematico medico, il dottor Filibustazzi (un Albanesi incontenibile). Per fortuna di quest’ultimo, sulle tracce del sedicente Babbo c’è Serpico, un agente di polizia che ha perso il partner in una disgraziata e recente missione e che non vede l’ora di riscattarsi riportando la pace nel Natale casalpusterlenghese. Se "Jingle Bell Jingle Blood" fosse un alimento, composito e citazionista (ultracitazionista!) com’è, sarebbe la gelatina “tutti i gusti più uno” di Harry Potter: musicalmente e visivamente ispirato dalla tradizione pulp, da quella dell’orrore (con un occhio di riguardo al Carpenter di "Halloween" e agli slasher tutti), dal gore e dal pittoresco poliziottesco tricolore, senza mai dimenticare che una risata cura tutti i mali e fa soprassedere meglio ai momenti meno azzeccati. La tecnica di regia e montaggio è quella di un esordiente, la recitazione quella del manipolo di amici, le locations fanno venir voglia di gnocco fritto. Eppure JBJB è più di un autoerotico sfizio adolescenziale, è una dichiarazione d’amore al cinema a 360°, con più passione di tutti i blockbuster presenti nel vostro multisala di fiducia (da cui, perché no, fregare un cartonato di Robert Downey Jr) messi insieme. Si fanno voler bene e ricordare, in particolare, il contorto e nostalgico monologo di Filibustazzi (nipotino di quello che narrava le peripezie del povero Grumvalski ne "L’Odio"), lo psychobabbo con spiccata cadenza emiliana (interpretato da Michele Meazza) ed anche il concitato finale che cita e sghignazza mezza Hollywood e chiude i 90 minuti amatoriali tra i più divertenti e caserecci visti in giro. Casalpusterlengo non è mai stata così violenta. O forse si, non che lo scrivente la conosca molto, del resto. Ma difficilmente è stata così spassosa.

VOTO: 6,5

RECENSIONE DI

LUCA ZANOVELLO

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