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Torino Film Festival 2006

Appunti e Riflessioni sull'horror proiettato...

Ancora una volta fedele ad una ormai consolidata tradizione, anche nel 2006 il Torino Film Festival ha saputo offrire interessanti spunti di riflessione circa le più intriganti forme espressive del cinema horror; e nonostante l'attenzione riservata agli amanti del genere sia potuta sembrare a prima vista ridotta rispetto ad altre precedenti annate, la qualità dei lavori proiettati ha lasciato nel complesso tutt'altro che a desiderare. Senza trascurare l' importanza della retrospettiva dedicata a Robert Aldrich, che ha consentito di rivedere il classico senza tempo “Che fine ha fatto Baby Jane?”, di (ri)scoprire il dimenticato “Piano... piano, dolce Carlotta” e di confrontarsi ancora una volta con la crudezza dell' atipico western “Nessuna pietà per Ulzana”, sono state come sempre le anteprime a stimolare maggiormente l' interesse degli spettatori. Primo della lista, ma soltanto in ordine cronologico, il lungometraggio giapponese NOROI (che il mercato internazionale conoscerà come “The curse”) intratteneva gli appassionati già durante il primo giorno: con un occhio rivolto alle ossessioni dei vari “Ju-On” e l' altro al sensazionalismo pseudodocumentaristico del primo “Blair Witch Project”, il regista Shiraishi Koji si approccia in maniera inedita al sottogenere asiatico inaugurato da “Ringu”, e spremuto già innumerevoli volte a partire dai tempi non tanto lontani dell' exploit di Hideo Nakata, attribuendo le riprese ad uno studioso di fenomeni soprannaturali scomparso in circostanze misteriose dopo avere a lungo indagato circa una serie di inquietanti stranezze. Il ritmo narrativo, complice una durata di quasi due ore, risente a tratti di una palpabile lentezza, alleviata fortunatamente qua e là da un senso dell' umorismo bizzarro ma non del tutto fuori luogo, e da qualche sequenza inquietante quanto basta; la visione finisce quindi col rivelarsi gradevole, e capace di rappresentare un' esperienza interessante specialmente agli occhi dello spettatore occidentale medio che, proprio in virtù del taglio documentaristico, potrà meglio comprendere il contesto culturale, per forza di cose spesso oscuro, da cui traggono ispirazione le numerose storie di fantasmi giunte dall' Oriente durante gli ultimi anni. Nonostante tutto, e malgrado il buon mestiere che la realizzazione lascia chiaramente intuire, la sensazione è purtroppo quella di trovarsi davanti ad un prodotto che rischia di trasformarsi nella pietra tombale, piuttosto che in un' occasione di rilancio, del genere a cui appartiene. Il Giappone era rappresentato al festival anche da 46 OKU NEN NO KOI (ovvero “Big Bang Love, Juvenile A”) del poliedrico Takashi Miike: presentato come un dramma carcerario insolito e futuribile, il film faceva registrare il tutto esaurito durante il weekend d' apertura (tanto da indurre gli organizzatori a fissare una proiezione straordinaria durante la giornata conclusiva), ma purtroppo anche una certa delusione tra i numerosi spettatori. A non deludere affatto è stata invece l' ultima fatica del messicano Guillermo Del Toro, il quale ha dovuto malauguratamente rinunciare all' incontro col pubblico per motivi di salute: il compito di introdurre l' anteprima italiana dell' atteso IL LABIRINTO DEL FAUNO è quindi toccato al direttore della fotografia Guillermo Navarro, che ha parlato di questo ottimo fantasy-horror come del miglior film a cui abbia lavorato durante la carriera. L' autentica sorpresa è arrivata però da William Friedkin: già protagonista nell' edizione del 2003 di un memorabile incontro con Dario Argento durante la presentazione al pubblico della propria intervista a Fritz Lang, il regista del mitico “L' esorcista” ha lasciato nuovamente il segno col delirante BUG; ma a questo film, come pure a quello di Del Toro, ritengo appropriato dedicare uno spazio a parte. L'appuntamento a cui gli aficionados non hanno voluto mancare assolutamente è stato ancora una volta quello con MASTERS OF HORROR, ormai una presenza fissa del festival: annunciata in conferenza stampa nel 2004 da John Landis (celebrato dalla retrospettiva di quell' edizione) e protagonista già l' anno successivo con sette episodi accompagnati a Torino da ben sei dei rispettivi registi (Dario Argento, John Carpenter, Joe Dante, Mick Garris, Don Coscarelli e lo stesso Landis, con Tobe Hooper unico assente), l' audace serie televisiva ha nuovamente ottenuto un grande successo di pubblico grazie ai primi sei episodi della seconda stagione, proposti addirittura in anteprima mondiale. Mick Garris, ideatore e coordinatore del progetto, ha impostato l' incontro col pubblico soffermandosi in particolare su “Homecoming” (realizzato nel 2005 da un Joe Dante estremamente critico nei confronti dell' intervento americano in Medioriente), e ha sottolineando come gli oltre cinque minuti di applausi ricevuti da quell' episodio proprio qui a Torino abbiano generato parecchio scalpore in patria, motivando una serie di articoli comparsi sui maggiori quotidiani nazionali, e di conseguenza la scelta degli autori di optare per una seconda stagione molto più cattiva ed impegnata rispetto alla prima. In quest' ottica, però, è stato curiosamente proprio il suo episodio ad apparire alquanto decontestualizzato: VALERIE ON THE STAIRS, tratto da un soggetto appositamente elaborato da Clive Barker, imbocca infatti la strada della pura fantasia narrando le vicissitudini di un giovane scrittore che, accolto in una sorta di comune abitata da colleghi, sperimenterà apparizioni ed orrori generati dall' irruzione della dimensione romanzesca in quella reale. Se la trama non sembra entusiasmante (lo spunto è lo stesso de “Il seme della follia” di Carpenter, già rivisitato da quest' ultimo proprio nell' ambito della passata stagione col mediocre “Cigarette burns”), altrettanto va purtroppo detto a proposito della realizzazione: l' atmosfera piatta e una gestione poco accorta degli effetti speciali (difetti già emersi dalla scadente versione televisiva di “Shining” curata dallo stesso Garris) mantengono il risultato finale decisamente al di sotto di quello conseguito lo scorso anno col divertente “Chocolate”; e persino la presenza di una guest-star del calibro di Tony Todd, salutato da un affettuso appaluso da parte del pubblico, risulta alla fine sprecata, complice il pesante make-up che rende invisibile un ruolo di per sè già marginale. A lasciar cadere volontariamente le possibilità di denuncia animalista (invero deboli) offerte dalla sceneggiatura di Matt Venne è invece il nostro Dario Argento, giunto con PELTS alla seconda esperienza nelle file dei “Masters of Horror”: nel raccontare la storia di una partita di strane pelli di procione, in grado di causare l' orrenda morte di tutti coloro che con esse vengono a contatto, Argento bada infatti soprattutto a divertire... e a divertirsi. Tra i registi che hanno contribuito ad entrambe le stagioni della serie, proprio lui sembra aver compiuto i maggiori progressi: rispetto al cauto manierismo del precedente “Jenifer”, risaltano in particolare i tentativi di personalizzazione dello script, operati mediante l' inserimento di virtuosismi tecnici che non si vedevano da tempo, e di autocitazioni da “Tenebre” che omaggiano la presenza del redivivo John Saxon, chiamato proprio in quel film ad interpretare un ruolo tutt' altro che secondario; interessante anche l' evoluzione delle musiche di Claudio Simonetti, in alcuni punti troppo simili a quelle composte per “Jennifer” ma altrove in grado di proporre nuove interessanti sonorità, mentre la partecipazione dell' istrionico Meat Loaf Aday, nei panni di un protagonista piacevolmente laido, fa il resto. Lo spazio televisivo privo di vincoli espressivi e soprattutto censori messogli a disposizione negli Stati Uniti dall' amico John Landis sembra attagliarsi perfettamente alle attuali potenzialità del regista, che riversa in esso i propri sfoghi ultra-splatter e spesso demenziali: tra scene di sesso spinto profuse in quantità inattesa e sprazzi di gore sfrenato ottimamente supportati dagli effetti speciali di Howard Berger e Greg Nicotero, memorabile resta la sequenza in cui un paio di forbicioni da sartoria si accaniscono sulla vittima di turno con dovizia di particolari, impossibili da mostrare vent' anni prima in una quasi analoga sequenza di “Opera” a causa dell' ingombrante presenza della Rai e dei Cecchi Gori in sede di produzione, nonchè di una major come la Orion a livello distributivo. Molto lavoro per il duo Berger-Nicotero anche in PRO-LIFE, grazie a cui John Carpenter torna a lavorare in coppia con lo stesso sceneggiatore di “Cigarette burns”: il risultato è stavolta un episodio all' insegna dell' eccesso, nel quale una ragazzina, incinta di una creatura mostruosa, trova rifugio presso una clinica specializzata in aborti; il momento clou della vicenda arriva quando il fanatico padre della giovane (Ron Perlman), convinto di assecondare una voce divina che lo sprona ad agire, irrompe nella clinica assieme agli altri tre figli: il quartetto, armato fino ai denti, massacrerà pazienti e personale, ma soltanto per scoprire alla fine una verità ben diversa da quella immaginata. La violenza grafica si spreca: esseri infernali, parti in stile “Humanoid from the deep”, colpi d' arma da fuoco che mutilano, sventrano e decapitano le vittime, e finanche brutali scene di tortura, tengono banco dall' inizio alla fine, trasformando i sessanta minuti di durata in un vero spasso per i gorehound più accaniti. Aldilà della funzione puramente ricreativa , è comunque degno di nota il trattamento singolare riservato alla valenza morale del racconto da parte di Carpenter, il quale sembra volere a prima vista condannare l' aborto (come da titolo), per poi d' altro canto sostenerne contemporaneamente la possibile utilità, almeno in casi estremi; ma non così estremi - si spera - come quello descritto nel suo film... Dopo il debutto in tono minore con l' ironico “Deer woman” della passata stagione, John Landis torna in forma apparentemente smagliante a misurarsi con la serie: protagonista a Torino di un vivace duetto con Dario Argento (anche se per la verità era proprio quest' ultimo a movimentare l' incontro, in maniera talvolta inopportuna, con monologhi folli e sconclusionati), il regista di “Un lupo mannaro americano a Londra” ha ventilato addirittura una prossima stagione di “Masters of Horror”, annunciando l' impiego della tecnica tridimensionale per il proprio nuovo episodio, l' intenzione di reclutare un ulteriore regista giapponese (dopo lo scomodo intervento di Takashi Miike durante lo scorso anno, e l' adattamento di Koji Suzuki, a cura di Norio Tsuruta, previsto per questa stagione) e l' idea di offrire una terza occasione allo stesso Argento. Riguardo a FAMILY, sua nuova realizzazione, ha dichiarato di non avere gradito la sceneggiatura affidatagli in quanto solitamente abituato a gestire vicende più fantasiose: ma il risultato, per fortuna, smentisce le sue parole. Ottimo specialmente l' incipit del film, nel quale un morbido pianosequenza accompagnato da un sottofondo di cori gospel introduce il simpatico caratterista George Wendt, mostrandolo alle prese con un cadavere appena disciolto nell' acido: l' occupazione principale del suo personaggio è infatti quella di rapire persone per ridurle in scheletri, e per integrarle successivamente nella singolare famiglia allargata che si è in tal modo costruito; ma una giovane coppia di nuovi vicini destabilizzerà la macabra routine dell' uomo. Lo sceneggiatore di “Frailty” imbastisce una critica all' istituzione familiare forse scontata, ma sicuramente adatta allo stile registico di un Landis capace di valorizzarla al meglio; apprezzabili i rimandi a predecessori illustri quali “Psycho” e “The stepfather”, ma purtroppo discutibile il finale, unica vera pecca di questo divertente episodio. Pregevole è anche THE SCREWFLY SOLUTION (forte della presenza del popolare Jason Priestley in una parte di primo piano, e del veterano Elliott Gould in un ruolo breve ma intenso),nel quale Joe Dante tenta di immaginare le conseguenze della diffusione su scala mondiale di un virus che provoca la trasformazione di tutti gli uomini in assassini animati da pulsioni misogine: iniziali spunti di critica sociale contemporanea (i primi focolai d' infezione, con conseguenti epidemie di follia omicida, si registrano alla stessa latitudine dei paesi islamici) lasciano presto il posto a siparietti maschilisti cruenti e compiaciuti (quale uomo, in fondo, non ha mai desiderato uccidere qualche donna, specialmente se trattasi di mogli, suocere o semplici fidanzate ?) ed in ultimo ad inquietanti interrogativi (cosa ne sarebbe del genere umano se uno dei due sessi all' improvviso si estinguesse ?); peccato però che l' intrigante apocalittica excalation si perda alla fine tra le pieghe di un epilogo affrettato e confuso, indegna conclusione per un soggetto che avrebbe meritato di essere sviluppato ed approfondito all' interno di un vero e proprio film. Fedele al proprio stile misurato ed incruento è invece Brad Anderson, già autore dell' apprezzato “Session 9” e dell' ottimo “L' uomo senza sonno”, che nel suo SOUNDS LIKE sembra mettere alla berlina la frenesia e la superficialità radicate nelle odierne società civilizzate, ormai schiave della tecnologia e di conseguenza troppo poco attente all' importanza dei sentimenti; protagonista è un uomo sposato e di mezza età che, a causa del disagio psicologico patito in seguito alla perdita del proprio unico figlioletto, inizia ad avvertire ogni minimo rumore in maniera sempre più distinta: l' insolita condizione patologica lo porterà prima a commettere stranezze sempre più evidenti, ed infine ad impazzire. Ottima come sempre la realizzazione tecnica, ma sul piano dello sviluppo narrativo Anderson dimostra purtroppo in questa occasione, nonostante la breve durata della storia, di avere il fiato un po' corto. Straordinaria l' affluenza di pubblico fatta registrare al festival dalle proiezioni di questi primi sei episodi della serie, che debutterà sulla tv statunitense all' inizio di dicembre e sarà disponibile in home video, anche in altri paesi esteri, a partire dai primi mesi del 2007; qui da noi, invece, si attende ancora la prima stagione, trascurata dai distributori nonostante l' ottima accoglienza che ricevette già l' anno scorso, sempre a Torino, e in seguito alla quale si parlò addirittura dell' eventualità di una sua uscita nelle sale: a tutt'oggi , invece, non si è vista nemmeno in Dvd.
Sorge allora spontanea una domanda, ovvia ma inevitabile :
gli “addetti ai lavori”, in Italia, servono ancora a qualcosa ?

FLAVIO GIOLITTI

E' possibile scaricare alcune foto del festival e dei suoi ospiti, gentilmente concesse da Flavio Giolitti,
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FOTO TORINO FILM FESTIVAL 2006