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THE RING
Ci sono voluti quattro
anni per attirare l'attenzione delle grandi case di produzione
di Hollywood ma alla fine è successo, la Dreamworks si è aggiudicata
i diritti ed ha prodotto "The Ring" uno dei film più
attesi della stagione dagli appassionati del genere thriller-horror
il cui antenato, il giapponese "Ringu", conosciuto
anche come "Ring", ha dato il via ad una delle produzioni
cinematografiche orientali più importanti di tutti i tempi.
Il merito è tutto di Koji Suzuki, autore di "The Ring",
il racconto da cui è tratto il film, geniale penna e maggior
rappresentante della letteratura nipponica del brivido. Il
regista del film in questione è Hideo Nakata, considerato
in patria uno dei registi più talentuosi di sempre del cinema
del terrore e che, pur avendo apportato numerose modifiche
alla storia, ha saputo creare un film pieno di tensione emotiva
e colpi di scena che punta come del resto anche il racconto
a spaventare lo spettatore con immagini non troppo esplicite
ma trasmettendo brividi solo per la paura di vedere che per
la visione in sé. L'atmosfera di pericolo e di instabilità
emotiva accompagna ogni scena del film catapultando lo spettatore
in una dimensione in cui tutti sanno che qualcosa sta per
accadere ma nessuno sa né il perché, né il come e né da dove
provenga. L'unica cosa che purtroppo qualcuno sa per certo
è il "quando". La straordinaria fantasia dello scrittore venne
portata per la prima volta sugli schermi nel 1995 in una serie
tv che se pur fedele al libro nella caratterizzazione dei
personaggi aveva la grossa differenza di dare maggior risalto
al lato intrigante della storia: il risultato fu un serial
troppo incentrato sulla fisicità della splendida protagonista
ed invece di attirare più pubblico finì per perdere quella
suspance e buona parte dell'alone di mistero che avevano rappresentato
i punti di forza del best seller campione di incassi. L'anno
dopo "Ringu" diventa, come era prevedibile visto che ci troviamo
in Giappone, un manga-thriller anch'esso passò piuttosto inosservato,
pur mantenendo molto più del serial le caratteristiche originali
del racconto, risultò un prodotto troppo selettivo e quindi
non rivolto al grande pubblico.
L'obiettivo venne centrato in pieno non troppo tempo dopo
e cioè quando nel 1998 uscì nelle sale cinematografiche giapponesi
il capolavoro di Hideo Nakata che insieme al sequel ("Ring
2") ed al prequel ("Ring=0" che però non è diretto
da Nakata) ha fatto impallidire sul mercato orientale saghe
miliardarie come quella di "Star Wars". Dal film e dal racconto
sono scaturiti anche numerosi videogiochi e recentemente addirittura
un serial radiofonico dell'orrore di grande successo. Rimane
a questo proposito da dire che "Ring" non è mai stato distribuito
in Italia e le copie che sono arrivate nel nostro paese sono
in lingua originale sottotitolate in inglese e difficili da
reperire (un po' meno arduo è il compito di coloro che usano
internet e le connessioni peer-to-peer…). E' comunque possibile
acquistare tutti i DVD d'importazione dei film suddetti via
internet ad un prezzo ovviamente piuttosto alto. Ma veniamo
al film. E' innegabile che le leggende metropolitane siano
affascinanti, ma il loro fascino perverso, il conflitto tra
paura di scoprire qualcosa e la tentazione di provare a farlo
con ogni mezzo possibile.
La storia ha come protagonista Rachel (Naomi Watts), una giornalista
di cronaca nera che un giorno si ritrova coinvolta in prima
persona in una strana vicenda che la porterà sulle tracce
della misteriosa videocassetta di cui tutti parlano, ma di
cui quasi nessuno è sicuro dell'esistenza. Secondo alcune
voci, chiunque la guardi riceve una telefonata in cui una
voce annuncia che restano da quel momento solo 7 giorni da
vivere. Ci sarà qualcosa di vero in questa leggenda, ma soprattutto,
la cassetta c'entra davvero con la morte simultanea di un
gruppo di ragazzi avvenuta una settimana esatta dopo il loro
viaggio in montagna durante il quale sembra l'abbiano guardata?
Tutte domande lecite che acquisteranno un senso soltanto quando
Rachel, dopo aver trovato la videocassetta, la guarderà. Il
suo telefono squillerà ma in quel momento sarà ormai troppo
tardi per tornare indietro. Per colpa sua e della sua curiosità
ora anche il figlioletto Aidan (David Dorfman) ed il suo amico
Noah (Martin Henderson) sono in grave pericolo e le rimangono
solo 7 giorni per studiare il filmato e cercare di salvare
le loro vite e la sua. Sempre che ci sia la possibilità di
farlo… Il risultato ottenuto da Gore Verbinski ("The Mexican",
"Un topolino sotto sfratto") è eccellente. Pur mantenendo
infatti le caratteristiche vincenti dell'originale, riesce
a trasportare la storia in un contesto del tutto diverso,
molto più americano, conservandone la bellezza ed approfondendo
alcuni aspetti della storia che in "Ringu" erano stati sviscerati
troppo superficialmente come ad esempio la sensazione che
la serie di eventi e di immagini presenti nel video stia entrando
pian piano nella vita reale di chi lo ha guardato e che col
passare del tempo se ne impossesserà completamente. Nel
film originale la storia del video maledetto girava intorno
agli strani fenomeni verificatisi anni prima su un'isoletta
come l'eruzione di un vulcano, tragicamente predetta da una
donna che per questo e per altri poteri strani che dimostrò
di avere fu accusata di stregoneria. In questo remake americano,
per ovvi motivi di ambientazione, la storia non avrebbe potuto
funzionare e di conseguenza gli sceneggiatori hanno pensato
ad una vicenda del tutto diversa ma ugualmente efficace e
che contenesse comunque inequivocabili riferimenti al cinema
orientale. L'omaggio del regista all'oriente è comunque molto
presente nel film: ritroviamo continuamente, anche durante
il filmato maledetto, la presenza di un albero rosso, più
precisamente un acero (simbolo della cultura e della tradizione
nipponica) posizionato su una collina spoglia pronto a farsi
inondare di luce ad ogni tramonto; il bagliore lo infuoca
di un rosso arancio accendendo le sue foglie giorno per giorno,
sempre durante il calar del sole, scandendo il tempo che separa
i protagonisti dalla loro fine. Un'altra differenza sostanziale
scaturita dal confronto è il contenuto del filmato maledetto
che nel film di Verbinski è molto più lungo e particolareggiato,
se vogliamo anche più truculento; gli elementi sono molti
di più e di conseguenza anche gli indizi per risalire alle
origini della videocassetta e quindi della storia da cui tutto
è iniziato. Abbiamo riscontrato anche una notevole disparità
tra i due film riguardo al tema principale: 'il cerchio'.
Nel
film giapponese questo simbolo è di gran lunga meno presente
e si identifica molto meno con la storia, lo ritroviamo infatti
solo verso la fine, quando i risvolti si fanno più chiari
e l'associazione di idee risulta scontata. Il punto di forza
di "The Ring" è, oltre alla evidente mancanza di una luce
solare chiara e splendente che trasla la storia come in un'altra
dimensione donando all'atmosfera la giusta torbidità, è sicuramente
il 'non senso' che tutti gli avvenimenti hanno fino ad oltre
la metà del film. Le inquadrature sono molto più particolareggiate,
soprattutto quelle sugli splendidi occhi azzurri della Watts
e degli altri protagonisti che increduli vengono trascinati
in un vortice di allucinazioni e contatti metafisici ai limiti
del paranormale. Un aspetto quest'ultimo che nel film di Nakata
è di gran lunga meno presente. Le atmosfere cupe e tetre ricordano
quelle di "Seven", la tensione emotiva del trillo del
telefono che è sinonimo di morte misto ad un'iniziale ovvia
incredulità dei protagonisti è dopotutto il tema che ha fatto
della trilogia di "Scream" un vero e proprio cult (non
a caso lo sceneggiatore è lo stesso di "Scream 3").
A questo proposito c'è da dire che sono molte anche le ispirazioni
che il cinema italiano dell'orrore ha offerto sia a Nakata
che a Verbinski, come i lavori del regista italiano del brivido
forse più famoso e cioè Dario Argento. Basti pensare all'inquietante
immagine della donna riflessa in uno specchio ovale, al coinvolgimento
di bambini nella storia e all'illuminante disegno sulla parete.
Tutti inequivocabili riferimenti a "Profondo Rosso".
Anche la ricorrente presenza di insetti e vermi fa pensare
naturalmente a "Phenomena" e "Suspiria" a dimostrazione
che poi alla fine i temi sono sempre più o meno gli stessi,
quel che cambia è il modo di sistemarli all'interno di storie
diverse più o meno efficaci. Ma non è tutto: avevamo già visto
personaggi uscir fuori fisicamente dallo schermo ed entrare
in contatto con il mondo reale di chi sta di fronte alla tv
in film in "Videodrome", uno dei capolavori del visionario
David Cronenberg, i corridoi e le numerose inquadrature sulle
porte socchiuse ed il bambino che si aggira nella casa come
guidato da una presenza che stabilisce con lui un contatto
mentale è facilmente associabile al capolavoro di Stanley
Kubrick "Shining" o ai più recenti "The Others"
di Amènabar e "Il sesto senso" di Shyamalan. Insomma
gli ingredienti per terrorizzare ci sono proprio tutti e se
l'intento di Verbinski era quello di creare qualcosa in grado
di spaventare a morte il pubblico dopo i fallimenti made in
USA degli interminabili sequel di "Venerdì 13" e "Nightmare"
e dell'ultimo deludente "Jeepers Creepers", possiamo
giudicare l'esperimento hollywoodiano pienamente riuscito.
Se avete voglia di una serata terrificante ed allo stesso
tempo di un film intenso ed appassionante che vi possa regalare
una bella dose di brividi beh, non vi resta che andare al
cinema e godervi fino in fondo lo spettacolo sperando di non
dover attendere fino all'arrivo di "The Ring 2" per
vederne uno di fattura pregevole come questo. Se poi siete
pigri e non volete uscire di casa potete sempre procurarvi
una copia rigorosamente in vhs di "Ringu" ma state attenti,
fossi in voi diffiderei dalle videocassette senza etichetta….
LUCIANA
MORELLI
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